L’omeopatia tra i monti del Biellese

Dr. Enio Marelli

A partire dal 2003, l’ Ecomuseo Valle Elvo e Serra, suggestiva valle alpina che insieme alla valle Cervo fanno da anfiteatro alla città di Biella, ha iniziato un’attività di ricerca sulle produzioni locali di formaggio, avviata con una serie di interviste confluite in una pubblicazione e in un video -Le strade dei formaggi- e proseguita con il coinvolgimento e il coordinamento di 8 produttori, che successivamente hanno continuato a frequentarsi e a confrontare i loro problemi nell’ambito dell’ecomuseo.

Nel corso del 2004 il gruppo ha predisposto un questionario attraverso il quale ogni produttore ha fatto conoscere agli altri le proprie modalità di lavoro e nel 2005, ha realizzato un manifesto -Lattevivo- che esprime le idealità che accomunano gli 8 produttori.

Costruito sulla fiducia reciproca, il legame tra l’ecomuseo e i produttori si esprime nel

valore di origine (l’ecomuseo non certifica un prodotto ma una scelta di vita che identifica il

contadino-allevatore-produttore di formaggi con l’abitante), nell’auto-certificazione

(attraverso la quale ogni produttore si presenta e garantisce la qualità del proprio lavoro) e

nel prezzo sorgente (prezzo al quale viene venduto il prodotto al consumo diretto o ai

distributori).

Le attività degli 8 produttori realizzano concretamente l’idea di un ecomuseo basato su un

patto con il quale una comunità si prende cura del proprio territorio.

Il gruppo è stato invitato come comunità del cibo a Terra Madre 2006, presentando la

propria esperienza al seminario “Economia e accesso al mercato- La certificazione

partecipata. Di seguito il link per vedere il manifesto.

http://www.distrettoculturalebiellese.it/on-line/Welcomepage/EcomuseodelBiellese/

documento5005069.html.

In questo contesto insieme al dott. Colla Marco medico chirurgo omeopata di Biella,

abbiamo organizzato e tenuto nel 2008 un corso di omeopatia per gli allevatori aderenti a

questa iniziativa, finalizzato a dare qualche informazione riguardo i principi fondamentali

dell’omeopatia unicista e alcune nozioni pratiche di materia medica. E’ stato un momento

di scambio reciproco di conoscenze con un comune denominatore, molto affascinante e

attraente. Dal momento che i presenti in sala conoscevano la maggior parte dei rimedi che

abbiamo esposto, è stato facile dar loro le nozioni elementari inerenti l’utilizzo omeopatico

che può risultare vantaggioso nel periodo di transumanza e poi in seguito negli alpeggi in

alta montagna. Abbiamo così scoperto che questi abitanti della montagna l’Arnica,

l’Iperico, la Calendula, la Genziana e molti altri rimedi li raccolgono direttamente nei luoghi

dove son nati e li usano da generazioni come fitoterapici. Sia io che che il collega abbiamo

così potuto toccare con mano l’immensa importanza delle tradizioni popolari come fonte di

conoscenza e del privilegio che ci è capitato di vivere durante lo svolgimento del corso. Da

questa straordinaria “banca dati della memoria dellʼuomo” che risale al tempo in cui si

hanno notizie della sua comparsa sulla Terra, il nostro Maestro e scopritore dell’omeopatia

attinse per realizzare i primi medicamenti.

Ritengo questa esperienza vivace e molto affascinante un opportunità preziosa per la

nostra professione di omeopati, la consiglio a tutti i colleghi che vogliano dedicare un pò di

tempo a chi vive così strettamente a contatto con la natura e le sue ricchezze. E’ stato alla

fine più uno scambio di conoscenze e di esperienze di vita che un corso di omeopatia

come siamo abituati ad intendere.

Alcuni allevatori che hanno frequentato il corso già praticano l’omeopatia unicista da anni,

altri hanno cominciato ad utilizzarla in seguito a questa esperienza, altri continuano ad

essere scettici.

E’ davvero sorprendente vederli in azione, a volte ricevo telefonate che dovrei registrare e

fare ascoltare ai miei colleghi perchè le diagnosi omeopatiche di cui mi viene chiesto un

parere, sono spesso di sopraffina precisione e mi lasciano a bocca aperta. I montanari più

ancora che gli allevatori in genere sono nei loro ragionamenti estremamente semplici e

pragmatici e proprio loro, mi hanno aiutato all’inizio della mia carriera di omeopata a

prendere fiducia con questo straordinario strumento terapeutico. Quante volte mi son

sentito dire: “dottore perchè non usiamo di nuovo quelle gocce che vanno così bene e

costano così poco?”, sarò sempre grato a queste parole che da un lato mi hanno dato

sicurezza e dall’altro lo stimolo a continuare a studiare questa meravigliosa arte

terapeutica. Il fatto poi che le cure costino poco e non lascino residui nel latte o nella carne

permette anche ai più scettici per lo meno un tentativo, se andrà bene potremmo riproporci

come omeopati, altrimenti difficilmente ci sarà data un’altra possibilità. Questa è almeno la

mia esperienza con certi montanari e la trovo straordinaria proprio per il modo diretto e

chiaro che queste persone hanno a che fare con tutto ciò che riguarda loro, il bestiame e il

veterinario. Naturalmente ci sono anche molte eccezioni in negativo, dove non vengono

garantite agli animali, neanche le minime condizioni igieniche e di alimentazione,

figuriamoci le cure omeopatiche. Non è raro da queste parti vedere vacche, capre o

pecore mantenute in stato di nutrizione pietoso, senza che nessuno intervenga in modo

deciso a fermare certi scempi. Il problema parte dal fatto che le vacche “Pezzate rosse

d’Oropa” e le “pecore biellesi” sono considerate razze in via di estinzione e pertanto viene

assicurato a chi decide di allevarle, un contributo regionale che ha come conseguenza il

fatto che molto spesso chi si occupa di loro lo fa solo per denaro. La distribuzione

cosiddetta a pioggia dei contributi fa si che invece di premiare chi alleva bene e secondo

la tradizione e il rispetto della montagna, si garantisca un mare di soldi a persone senza

scrupoli che poco o nulla hanno a che fare con l’etica dell’allevamento in genere, prima

ancora che nell’ambito di quella alpina.

Ma se questo è un problema che si verifica sempre quando si devolvono soldi per

finanziare le attività in qualsiasi ambito non solo quello dell’agricoltura, lo è ancora di più

se si distribuisce il denaro pubblico, senza una valutazione di merito ma a chiunque

riempia un bosco o una montagna di animali senza alcun criterio che tenga conto del

rispetto degli animali, della montagna e della tradizione. Io personalmente credo che se

agli allevatori venisse garantito il giusto tornaconto dalla loro attività, le cose andrebbero a

posto spontaneamente e si selezionerebbe in modo naturale chi alleva e produce derrate

alimentari di provenienza zootecnica.

La realtà di cui vi sto per parlare è una di quelle felici e condotta in modo esemplare da

una famiglia composta da padre e madre, due figli maschi, due nuore, e ben cinque nipoti!

L’entusiasmo che li lega al loro lavoro ha prodotto un risultato eccezionale e li premia

proprio in un momento di crisi economica generale, per essere riusciti a fare di un prodotto

di nicchia il perno centrale della loro attività. Abitano a Graglia (Regione Vagliumina) in

provincia di Biella in un posto stupendo in cima ad una collina (cascina Montefino), sul cui

sfondo si staglia il monte Mucrone e il suo anfiteatro di montagne che avvolgono la città di

Biella.

Pascolano circa una cinquantina di vacche e sono produttori di formaggio. Possiamo

trovare nella loro bottega formaggi freschi, a media stagionatura e ben stagionati. A volte

si cimentano con qualche stagionatura particolare tipo quella che prevede la maturazione

del formaggio nel fieno oppure è possibile assaggiare i loro tomini freschi alle erbe e il

cremoso yogurt. Utilizzano il latte crudo per i formaggi a media ( 60 giorni come limite

minimo) e lunga stagionatura e per motivi di legge son obbligati a pastorizzare il latte per

fare i tomini freschi e lo yogurt. Questo fintanto che non si riesca ad annullare questo

assurdo limite, relativamente alla possibilità di poter utilizzare anche per questi ultimi

prodotti il latte crudo.

Ecco di seguito riporto un interessante articolo scritto da Erasmo Gastaldello che si può

trovare nel sito http://www.famigliagastaldello.it e che permette di capire come è la situazione in

Italia e a livello internazionale.

Formaggi a latte crudo?…..Sì, grazie.

Certamente avrete sentito parlare più di una volta di formaggi a latte crudo, senza alcun

dubbio in maniera poco positiva, quando non addirittura in modo accusatorio verso la

nostra salute.

Negli ultimi tempi, si era persino diffusa la voce che sosteneva la necessità di vietare

totalmente la loro produzione perché in Svizzera alcune persone erano morte a causa del

batterio “Listeria” sviluppatosi sulla crosta di alcuni formaggi prodotti con latte crudo. E

ancora, ecco il mercato statunitense vietare la loro importazione. In Italia le varie A.S.L.

“gioivano” di tutto questo, secondo me perché non avevano né fondi né personale per

eseguire i controlli e le analisi dei prodotti “incriminati”. E, mentre la Francia, popolo di

rivoluzionari, si era subito ribellata a questi ipotetici divieti ed alle pretese del mercato

statunitense da noi molti “malgari” hanno abbandonato le loro malghe e il territorio alpino,

molti “casari” hanno cessato la produzione e molti “buongustai” hanno perso troppi sapori

autentici.

Oggi in quale situazione ci troviamo?

Beh, innanzitutto il formaggio svizzero incriminato, effettivamente causa della morte di

alcune persone, non era stato prodotto da un piccolo artigiano bensì da una grande

industria e, soprattutto, lavorato con latte pastorizzato. Tuttavia, ancora oggi in Svizzera si

tende a volere pastorizzare tutto con la conseguenza che rimangono interessanti

solamente i formaggi stagionati che alcuni produttori si ostinano a creare con latte crudo.

In America, si continuano ad importare i formaggi a latte crudo, e si possono anche

produrre in territorio statunitense, purché abbiano al momento della vendita almeno 60

giorni di stagionatura, ciò a scopo precauzionale. In Italia, si stanno riconsiderando i

formaggi a latte crudo come i migliori del mercato ed è quindi nato attorno ad essi un

fortissimo interesse. In Portogallo, in Spagna e soprattutto in Francia, i formaggi a latte

crudo sono storicamente ed in assoluto considerati i migliori ed i più pregiati.

Ma, che cosa significa “latte crudo”?….e prima ancora, che cos’è il formaggio?

Andrè Simon, scrittore, esperto di vini ed autore di una fondamentale bibliografia

gastronomica, lo esaltò con queste parole: “Il formaggio è latte diventato adulto. Non più

liquido, ma solido o semisolido.”

Per la legislazione italiana, invece, il formaggio è il prodotto ottenuto dalla coagulazione

acida o presamica, con eliminazione del siero, del latte intero, oppure parzialmente o

totalmente scremato o anche arricchito con aggiunta di panna.

L’eliminazione del siero è dunque la fase della preparazione che contraddistingue i

formaggi da altri prodotti costituiti da coaguli di latte, quali i latti fermentati tipo yogurt, kefir

o simili.

Nella lavorazione del formaggio, il latte può venire impiegato crudo, oppure pastorizzato o,

peggio ancora, portato ad altissime temperature (UHT), quando non addirittura ridotto in

polvere (la produzione di formaggi con il latte in polvere non è permessa in Italia, ma è

permessa lʼimportazione da Paesi che ne fanno invece largo uso, Germania in primis,

sich!).

Nella pastorizzazione, si porta il latte a 72°C per 15 secondi, i batteri vengono così distrutti

ma, si riduce notevolmente anche la microflora utile per la trasformazione del latte in

formaggio e, soprattutto, vengono eliminati gran parte degli enzimi naturali che devono poi

essere recuperati con innesti (lascio invece a voi immaginare che cosa potrà succedere ai

poveri microrganismi con le altre due tecniche estreme).

L’utilizzo di latte crudo, quindi non sottoposto all’innalzamento della temperatura è oramai

patrimonio dei formaggi di alto pregio e la maggiore carica batterica, anche se comporta

meno costanza nella riuscita finale, dona sapore, aroma e qualità insuperabili. Inoltre,

conservando i fermenti lattici originari e non dovendo quindi aggiungerne degli altri, si

conserva in questo modo anche la tipicità e la territorialità di quel latte che sarà addirittura

ancora migliore quando non avrà subito ne riscaldamento e ne refrigeramento, cioè

quando il passaggio dalla stalla alla caldaia sarà immediato.

Certo, in tutto questo il fattore igiene deve rivestire un ruolo importantissimo e, se si vorrà

produrre un formaggio pregiato lavorato a latte crudo, ecco che si dovrà necessariamente

prestare la massima attenzione alla pulizia in stalla, alla salute degli animali, alla loro

alimentazione, alla pulizia prima – durante – dopo la mungitura, alla pulizia delle

attrezzature, ecc…

Tuttavia, alcuni di questi fattori potrebbero essere addirittura annullati. Nel momento in cui

si ricominciasse a valorizzare le razze autoctone di ogni singola zona, si riscoprirebbe che

questi animali starebbero molto meglio al libero pascolo piuttosto che rinchiusi in delle

“gabbie”. Rimanendo al pascolo ecco che subito sparirebbe il problema della pulizia nelle

stalle (non ci sarebbero le stalle), la salute degli animali sarebbe frutto dell’ottimo stato di

benessere psicofisico dato dal fatto di “sentirsi liberi” e l’alimentazione sarebbe

straordinariamente ricca di ottime essenze profumate ed assolutamente priva di insilati

che creano poi problemi di fermentazione agli animali ed ai formaggi. Recenti studi hanno

in proposito dimostrato l’alto valore del libero pascolo anche ai fini delle caratteristiche

nutrizionali oltre che aromatiche.

Da alcuni anni in Italia abbiamo addirittura un’associazione che si occupa della tutela e

della salvaguardia dei formaggi ottenuti dal latte di animali al libero pascolo: si chiama

A.N.FO.S.C. (Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo) ed è presieduta ed animata

dal Prof. Roberto Rubino, responsabile dell’Istituto Sperimentale Zootecnico di Potenza.

Grande importanza rivestono anche le antiche attrezzature in legno e i locali di produzione

e di stagionatura “storici” la cui rivalutazione si deve agli studi del Prof. Giuseppe Licitra,

docente presso l’Università di Ragusa e di Catania e, soprattutto, responsabile e

“vulcanica” mente del Co.R.Fi.La.C. (Consorzio di Ricerca della Filiera Lattiero Casearia)

di Ragusa, di cui riporto una breve ma eloquente nota di presentazione:

“L’attività principale del Consorzio è finalizzata allo studio delle produzioni lattiero casearie

tradizionali Siciliane seguendo un approccio di filiera ed è indirizzata alle piccole e medie

imprese.

L’obiettivo finale è quello di elevare le produzioni casearie storiche, ottenute con processi

tradizionali, a delle vere “opere d’arte” da annoverare tra i beni culturali Italiani.”

Ho toccato con mano questa magnifica realtà esattamente pochi giorni fa, quando ho

avuto il grande onore di essere invitato, in qualità di esperto, a partecipare a “Cheese

ART 2002 – Il rinascimento del gusto”, superba manifestazione che si è svolta nel Castello

di Donnafugata, a Ragusa, dal 4 al 9 giugno. Si è trattato, in assoluto, di uno dei più

importanti eventi a livello mondiale dedicati al formaggio mai realizzati finora.

Permettetemi alcuni approfondimenti sull’eccezionalità di quanto è successo in questa

kermesse. Le mattinate sono state dedicate a 3 straordinari convegni scientifici: uno sullo

“Sviluppo sostenibile e bio-diversità delle aree rurali del Mediterraneo”, un altro su “Sistemi

tradizionali di produzione casearia, salubrità e qualità dei formaggi a latte crudo” ed infine

un altro su “Potenziali proprietà antitumorali dei prodotti lattiero caseari”.

Nel primo convegno è stato sublimato il concetto di bio-diversità delle produzioni casearie

artigianali Euro-Mediterranee, come sintesi di culture e tradizioni con le quali andremo

sempre più a convivere e ed è stato sottolineato come questi sistemi di produzione

debbano essere considerati punti di forza e non di debolezza per lo sviluppo sostenibile

dell’intero Mediterraneo, in particolare per le realtà rurali a rischio di spopolamento. Oltre a

degli interessantissimi interventi riguardanti la situazione in Turchia, in Marocco, in Libano,

in Sud Africa, ecc., vorrei che ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza che

riveste, per la “semplice” sopravvivenza di popolazioni nomadi, la produzione del

formaggio del deserto, ovvero il formaggio di cammello dell’Africa Sub-sahariana, che oggi

è una magnifica realtà grazie in particolare alla dottoressa Nancy Abeiderrahmane,

arrivata a Ragusa dalla Mauritania.

Questo latte è veramente difficile da ottenere anche perché il cammello è un animale che,

oltre a produrne davvero poco, si affeziona a chi lo accudisce e si lascia mungere

esclusivamente da questa persona. Nell’Istituto dove la dott.ssa Abeiderrahmane lavora (e

del quale è anche Presidente) ogni tentativo di mungitura meccanica è fallito. A proposito,

il formaggio era anche abbastanza buono, la consistenza cremosa ed il sapore delicato,

inoltre, il latte di cammella ha un bassissimo contenuto di grassi ed è molto digeribile.

Nel secondo convegno sono state messe in risalto le moderne pratiche igieniche che

hanno contribuito a migliorare la qualità e la salubrità del latte crudo, non in contrasto ma

bensì in coesione con i sistemi tradizionali di trasformazione casearia che, unitamente alle

caratteristiche chimiche dei formaggi stessi, ci hanno “regalato” dei superbi prodotti a latte

crudo fin dai tempi antichi e cioè da molti secoli prima dell’avvento della pastorizzazione.

Insomma, non saremo mica sopravissuti ai formaggi a latte crudo per pura fortuna…….

I formaggi a latte crudo sono naturalmente dotati di potenziali fattori che inibiscono la

crescita di agenti patogeni; questi fattori sono la relazione tra pH, temperatura e durata di

ogni singolo processo durante la caseificazione, la quantità di sale sullʼumidità e lʼalta

pressione osmotica nei formaggi, l’attività dell’acqua libera, i processi di proteolisi e lipolisi

durante la stagionatura ed infine la durata della stagionatura. Determinante a tal proposito

è stato l’intervento del Prof. D. M. Barbano, ricercatore della Cornell University (USA)

nonché consulente mondiale per la multinazionale Kraft. Nonostante questo suo ruolo

all’interno di uno dei maggiori gruppi mondiali pro-globalizzazione, il Prof. Barbano ama

particolarmente la qualità ed il grande contenuto umano delle piccole produzioni e sta

portando avanti numerose ricerche scientifiche atte soprattutto a valorizzare le proprietà

salutistiche del latte crudo e le differenti componenti aromatiche autoctone dei singoli

pascoli che si trasferiscono poi nei formaggi tradizionali prodotti in quelle stesse aree.

Inoltre, il Prof. Barbano fa parte anche di un Nucleo Scientifico Internazionale

Multidisciplinare che sta collaborando a dei progetti bilaterali con il Co.R.Fi.La.C. di

Ragusa.

Infine, nel terzo convegno, si è sottolineato il ruolo delle nuove frontiere della ricerca sulle

proprietà salutistiche delle materie prime agro-alimentari. La scienza e l’agricoltura devono

“fondersi” a garanzia dell’intero sistema di qualità.

Fattore di assoluta importanza in questo convegno è stato l’Acido Coniugato Linoleico

(CLA), un’antiossidante naturale presente nel latte e, quindi, nei formaggi, con

straordinarie proprietà antitumorali. Si tratta di un acido grasso davvero insolito, la cui

struttura presenta un doppio legame, quasi come l’acido grasso linoleico, ma allo stesso

tempo molto simile all’acido grasso oleico. Ancora una volta, la quantità e la qualità di

CLA presente nel latte è influenzata dalla razza animale e dal fatto che gli animali

rimangano al libero pascolo, quindi, dalla qualità dei pascoli che varia sensibilmente anche

tra pianura, montagna e altopiano. Il pascolo contribuisce ad un forte aumento dell’acido

grasso linoleico nel latte e, più in alto si sale a pascolare più diminuisce la varietà di erbe a

disposizione dell’animale ma, allo stesso tempo, più aumenta la quantità di acidi grassi

che vengono bio-idrogenati nel rumine. Inoltre, è stata rilevata (in particolar modo nel

Ragusano D.O.P. con lunga stagionatura) una concentrazione molto elevata di Squalene,

una sostanza che stimola nelle donne la secrezione di estrogeni e che diventa quindi

importante per contrastare la menopausa.

Concedetemi di citare i più grandi ricercatori al mondo in materia di proprietà antiossidanti

ed antitumorali dei prodotti lattiero caseari che erano i relatori di questo convegno e che,

spero, contribuiranno a scrivere una pagina importantissima nella lotta al male del secolo:

Giorgio Calabrese, Università Cattolica Sacro Cuore, Piacenza, Italia; D. E. Bauman,

Cornell University, USA; D. L. Palmquist, Ohio State University, USA; J. M. Griinari,

University of Helsinki, Finlandia; Y. Chilliard, INRA, Francia; M. Collomb, Swiss Federal

Dairy Research Station, Svizzera; G. Licitra, Università di Catania, Italia; S. Carpino,

Co.R.Fi.La.C., Italia; S. La Terra, Co.R.Fi.La.C., Italia; S. Banni, Università di Cagliari,

Italia; C. Ip, Roswell Park Cancer Institute, USA e M. M. Ip, Roswell Park Cancer Institute,

USA.

Autore: Erasmo Gastaldello

Ma torniamo nellʼazienda di Silvia Perin Riz e addentriamoci nellʼambito delle cure

omeopatiche che rappresentano anche il motivo per cui sto raccontando questa

esperienza. Se da un lato devo riconoscere di non essere riuscito a dare una svolta

importante verso lʼomeopatia negli allevamenti industriali che seguo, ho invece imparato

nel corso degli anni che per gli animali che possono pascolare e andare in montagna

questa tecnica terapeutica si adatta perfettamente.

Negli allevamenti industriali gli animali perdono totalmente la loro individualità e diventano

un semplice numero, sono geneticamente costruiti per produrre una quantità di latte

spaventosa, sono alimentati secondo la tecnica dellʼunifeed, per cui non possono

scegliere cosa mangiare, dormono dentro delle cuccette, su dei materassini allʼinterno di

strutture in cemento e devono rispondere ad esigenze elevatissime di produzione, di

conseguenza lʼambito in cui io posso usare i rimedi omeopatici si restringe moltissimo. Si

rivolge al controllo delle micosi e della proliferazione dei papillomi che in questi anni hanno

dato parecchi problemi, alla gestione della vitellaia come sostegno alla medicina

tradizionale e pochissimi altri ambiti.

Ben diversa è invece la situazione nellʼallevamento tradizionale. Alla cascina Montefino

per esempio abbiamo avviato un programma di eugenetica che mira a garantire uno stato

di benessere sia della bovina che del nascituro e ne garantisca un maggiore stato di

salute nei primi giorni di vita, momento critico che può portare anche alla morte se non

gestito correttamente.

Le bovine vengono sottoposte a trattamenti di eugenetica durante la gravidanza a

seconda delle esigenze che necessitano. Si cerca di individualizzare al massimo la terapia

e di sostenere gli animali nei momenti critici e di preparazione al parto e alla futura

lattazione. Non adottiamo uno schema fisso anche se poi i rimedi che ricorrono

maggiormente sono i policresti.

La prima cosa che facciamo è una lunga visita a cadenza annuale, dove cerchiamo di

mettere in evidenza gli anelli deboli dellʼallevamento, in rapporto agli anni precedenti e ai

risultati e agli insuccessi ottenuti attraverso lʼapplicazione dellʼomeopatia. Questa analisi

diventa lʼorientamento per la stesura di un programma terapeutico per la nuova annata

che dobbiamo affrontare. Questa prima visita cade generalmente a settembre, in questo

modo abbiamo il tempo per prepararci allʼautunno, momento in cui arrivano le virosi che

spesso arrecano molti danni economici allʼallevatore.

Generalmente le problematiche con cui ci confrontiamo sono:

• le distocie,

• le mastiti,

• le forme respiratorie,

• lʼenteriti neonatali,

• le parassitosi,

• le patologie ginecologiche

• le dismetabolie delle bovine molto produttrici.

• la papillomatosi bovina.

Con lʼuniversità di Medicina veterinaria di Torino attraverso la preziosissima disponibilità

della dott. Leila Vincenti, docente ordinario di clinica ostetrica e ginecologia veterinaria

abbiamo attuato una sperimentazione clinica che ha avuto come oggetto la valutazione

quantitativa della produzione di IgG e IgM, in corso di trattamenti omeopatici in stalle

coinvolte gravemente dalla problematica della papillomatosi.

I risultati di questa sperimentazione sono in fase di elaborazione e saranno pubblicati a

breve.

Il vero bilancio del nostro lavoro lo facciamo alla fine dellʼanno ed è sia di carattere

sanitario che economico. Eʼ fondamentale fare i conti insieme allʼallevatore, toccare con

mano il risparmio in termini di spesa dei farmaci tradizionali e anche del minore numero di

animali che si ammala nel corso dellʼanno è un incentivo che ci permette di consolidare il

rapporto di fiducia che abbiamo creato con il nostro cliente. Ho imparato a non fidarmi solo

dei buoni successi terapeutici, a volte il nostro interlocutore non la pensa allo stesso

modo, per questo consiglio sempre di tirare le somme del proprio lavoro -calcolatrice alla

mano- a fine anno in presenza dellʼallevatore.

Concludo rinnovando il mio entusiasmo a portare avanti lʼapproccio omeopatico

nellʼallevamento e rivolgo a tutti i colleghi che si occupano di tale ambito la proposta di

mettere in atto un progetto da portare avanti insieme, che coinvolga realtà zootecniche

diverse e lontane, che abbia il comune denominatore rappresentato dal trattamento

omeopatico.

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