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Cavalli al pascolo: vantaggi, problematiche e sostenibilità

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Il pascolo per il cavallo è una soluzione salutare che consente stare all’ aria aperta, di fare esercizio, di migliorare il benessere e che può diminuire notevolmente la spesa  per l’alimentazione.

Per fornire  al cavallo un ambiente meno restrittivo e innaturale del box e per ridurre le spese, ora si usa molto dividere i terreni in tanti piccoli appezzamenti chiamati   paddock ,forniti di capannine ,  acqua e divisi tra di loro da recinzione elettrificata .

Quelli che erano prati o pascoli, senza un’ opportuna gestione, diventano in breve tempo terreni desertificati e pieni di piante infestanti.

Spesso si tengono più cavalli di quanto un terreno ne consenta, creando il fenomeno del sovrapascolamento, il calpestìo continuo compatta il terreno, lo rende impermeabile all’acqua per cui diventa fangoso d’inverno e polveroso d’estate, con sviluppo di patologie correlate.

Il motivo per cui i pascoli su cui soggiornano i cavalli sono soggetti a impoverimento sono molteplici.  Il cavallo ha la fama di essere un pessimo pascolatore . La conformazione del suo piede con un unico dito e la presenza di incisivi sia superiori che inferiori , danneggiano il colletto della pianta  e  l’apparato radicale perché calpestano e strappano a raso terra , il modo di pascolare a “spot” , un po’ qua e un po’ là,  non consente di sfruttare al massimo le superfici. Considerando poi  che   il cavallo non mangia più intorno alla zona dove ha sporcato,  anche  se le feci  vengono  rimosse, riduce ulteriormente sia la ricrescita delle essenze erbacee sia la zona di pascolo, a favore di piante meno appetibili e infestanti.     Quando non c’è più niente da mangiare, vengono attaccati gli alberi e le staccionate, a meno che non si fornisca fieno.

Il pascolo, se ben gestito, non solo permette un notevole risparmio sull’alimentazione, ma soddisfa i bisogni etologici e comportamentali del cavallo, con notevole incremento della sua capacità produttiva in termini di qualità del lavoro.

L’errore che si commette di frequente, è tenere più animali di quanti una superficie possa sopportare.  In breve si procura un inquinamento ambientale perché il carico di azoto derivante dalle deiezioni  viene assorbito dal terreno e più in profondità dalle falde acquifere.  In questo modo si selezionano  alcune specie erbacee non commestibili più resistenti, rispetto ad altre edibili danneggiate dal sovrapascolamento , con  perdita di fertilità del terreno.  Sulla superficie e in profondità della terra, anche se noi non li vediamo, esistono una miriadi di animaletti che contribuiscono alla  sua sopravvivenza, e di questi insetti si nutrono gli uccelli e i  piccoli mammiferi terricoli di cui si nutrono i predatori più grandi, in poche parole, se si disertifica la terra, si uccide la  biodiversità* .

*La coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali che crea un equilibrio grazie alle loro reciproche relazioni.

In questi ultimi anni molta attenzione è riposta sui temi della socialità del cavallo per incrementarne il benessere psico-fisico,  sempre più strutture si organizzano per tenere i cavalli in gruppi, con gestione naturale, paddock paradise e metodo barefoot ( scalzo).

Poca attenzione invece è data ai benefici  dell’alimentazione fresca pascolata  che fornisce energia, mantiene l’intestino in continuo movimento prevenendo le coliche, fornisce un equilibrato apporto di carboidrati e proteine, mantiene l’animale occupato per molte ore evitando l’insorgenza di problemi comportamentali dovuti alla noia, diminuisce l’integrazione con mangimi e pellettati.

Inoltre col pascolamento il cavallo evita di ingerire sabbia, terra  e inalare polvere  situazione che accade quando viene lasciato il foraggio per terra.

L’impatto ambientale dovuto all’inquinamento dei terreni  è  aumentato  per l’uso improprio  di antiparassitari, i  vermifughi,  somministrati erroneamente in modo preventivo ,che vengono escreti con le feci in forma ancora attiva. Questi prodotti ,tutti a base di Avermectine, sono estremamente tossici per l’ambiente in quanto si legano al terreno e uccidono la microfauna responsabile della fertilità della terra. Attraverso l’apparato radicale i farmaci passano nelle piante e negli ortaggi  , (chi pensa di concimare l’orto con lo stabbio di cavallo deve assicurarsi che non abbiano assunto medicine), e hanno una persistenza lunghissima nell’ambiente, si parla di molti anni.  Una delle vittime eccellenti  di questi farmaci è il lombrico, ma  è nociva anche per molti insetti e pesci di acque dolci che sono soggetti a mutazioni genetiche.

Si evince che  una gestione  intensiva dei cavalli al pascolo può essere causa di inquinamento e forte riduzione di biodiversità.

Cosa si può fare allora?

L’evoluzione verso una gestione che tenga in equilibrio uomo-animale-ambiente  è insita nel concetto di agroecologia. La gestione agroecologica è un vero e proprio sistema di produzione dove il controllo umano è di fondamentale importanza.  Spesso si ha la percezione erronea che il ritorno alla natura sia lasciare l’ambiente a sé stesso e gli animali liberi di fare quello che vogliono. Questo è il modo migliore per rovinare un ambiente, perché dove c’è interazione uomo-animale, anche se si possiede un cavallo solo, quell’ambiente sarà molto delicato da gestire, per evitare danni irreversibili alle piante, al sottobosco, al cotico erboso, alla fauna terricola e selvatica e inquinamento delle falde acquifere.

La pratica agroecologica è molto sofisticata e più impegnativa dal punto di vista organizzativo rispetto a quella tradizionale intensiva, perché richiede studio, approfondimento , grande capacità di osservazione e collaborazione tra le varie figure professionali.

Per non rovinare un pascolo bisogna prevedere delle rotazioni e turnazioni.  Le rotazioni prevedono un utilizzo del pascolo alternato tra diverse specie pascolanti, esempio pecore o bovini, e  a colture erbacee.

Nella turnazione dei pascoli si deve tener conto del tempo di permanenza in base al carico animale, alla qualità delle specie erbacee presenti e  alla stagione . Il cavallo non può pascolare tutto il giorno come i ruminanti, specialmente in primavera, a causa del suo sistema digestivo che non sopporta grandi fermentazioni, che sono causa di  laminite.

La  turnazione ha anche il vantaggio sia di permettere la ricrescita delle essenze erbacee e del controllo delle piante infestanti ma anche  di mantenere bassa la carica parassitaria, in quanto se le uova schiudono, non trovano l’ospite sensibile.  Si può ridurre l’uso di antiparassitari  effettuando un  monitoraggio dei parassiti  e intervenire con antiparassitari mirati che hanno un minor impatto ambientale  evitando le molecole  a largo spettro, come le Avermectine.

L’uso dell’omeopatia  come metodo di cura delle comuni malattie e delle parassitosi, è parte integrante  del modello agro-ecologico. I rimedi omeopatici  sono sostanze che non lasciano residui nell’ambiente e negli animali, hanno un costo basso  e possono essere somministrate nell’acqua da bere o singolarmente, senza stressare l’animale.

Per attuare un sistema agro-ecologico c’è bisogno di molte figure professionali che interagiscono, come il veterinario esperto in agro-ecologia, l’agronomo, l’allevatore e il personale addetto.

Se si parla di piccole realtà con pochi cavalli, un veterinario esperto in materia  può dare avvio al sistema e monitorarlo.

Non dimentichiamoci che, sebbene il cavallo venga usato come animale sportivo, il modo in cui viene gestito nei grandi e piccoli circoli ippici, rientra a pieno titolo nel modello di allevamento intensivo al pari di quello bovino, suino e avicolo, perché rispecchia il concetto di un numero elevato di animali in piccoli spazi, con ricadute sul benessere e sull’ambiente.  Anche la persona, adulto o bambino che impara, viene molto condizionata dal sistema intensivo di gestione del cavallo, spesso basato solo sul concetto di uso senza preoccuparsi delle ricadute etiche, di benessere ed ambientali.

L’agroecologia, è un modello sperimentato con successo su specie da reddito e applicabile  nel cavallo con opportuni adeguamenti  e accorgimenti.

 

 

Dr. Carla De Benedictis

Medico Veterinario

Diplomato in Omeopatia e Agopuntura

Rocca di Papa (Roma)

 

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Per salvare le api : PERMAPICOLTURA

Ciao a tutti, siamo Mauro e Gessica,
con la fine di maggio si è concluso il periodo ideale per recuperare gli sciami e con tante belle esperienze maturate dopo tre anni di sperimentazione sul sentiero della Permapicoltura in Italia è nata l’esigenza di condividerlo.

A Gennaio di quest’anno abbiamo ricevuto la telefonata di Vincenzo, apicoltore di quinta generazione originario di Sortino, la città del miele, in provincia di Siracusa. Due anni fa stanco di curare le api, Vincenzo ha abbandonato l’apicoltura convenzionale chiudendo un’azienda apistica che contava oltre 200 arnie. Quando però un amico gli ha raccontato dell’esperimento che stavamo portando avanti non ha esitato a contattarci e ad invitarci in Sicilia. Insieme abbiamo iniziato a convertire il suo apiario trasformando vecchie arnie Dadan Blatt secondo il metodo Perone. La profonda conoscenza delle api da parte di Vincenzo lo porta ha cogliere la bellezza dell’arnia Perone. Durante la nostra permanenza sull’isola abbiamo tenuto un workshop sulla permapicoltura a cui gli apicoltori della zona hanno partecipato con grande interesse e il cinque aprile abbiamo posizionato la prima arnia Perone a Sortino. Poco dopo Lorenzo, uno dei giovani partecipanti all’incontro, ne ha posizionate altre tre ad Avola, sempre in provincia di Siracusa.

Tornati a Velletri (RM), dove tutto ha avuto inizio, insieme a Valerio abbiamo raccolto alcuni sciami e abbiamo riempito altre quattro arnie. Di li ci siamo diretti nelle Marche e ne abbiamo posizionare altre tre. Circa un mese dopo un amico ci ha chiamato per chiederci se avremmo potuto recuperare un enorme sciame selvatico che da quattro anni viveva in un vecchio edificio della forestale nei pressi di San Sepolcro. (In questi casi l’ideale è convincere il proprietario a mantenere la famiglia, in quanto esempio tangibile di api che sopravvivono allo stato selvatico). Non è stato possibile lascarle in pace perché il casale doveva essere ristrutturato a giorni. Con grande impegno e dolore abbiamo smantellato un capolavoro della natura. In compenso siamo riusciti a salvarle e oggi quella famiglia è in ottima salute in una arnia dalle parti del monte Nerone. Inoltre abbiamo recuperato il miele nei favi privi di covata e questo ci ha permesso di sperimentare la smielatura col torchio.

Ma veniamo a noi e a quello che vogliamo raccontarvi: grazie a questa esperienza siamo riusciti a verificare alcune intuizioni:
– le api in natura costruiscono favi molto vicini tra loro, niente a che vedere con quelli dell’arnia razionale;
– le api convivono con le formiche;
– l’entrata del nido è molto piccola e alta rispetto alla disposizione dei favi;
– la famiglia è naturalmente sana e pulita;
– le api sono capaci di vivere in uno spazio molto grande ( i favi erano larghi 40cm lunghi 110cm);

– i favi sono posizionati a caldo (perpendicolaramente all’entrata).
Iu questo percorso abbiamo incontrato tanti compagni di viaggio: Saolai, un ragazzo di Piertralunga che ha messo 7 famiglie, Stefano di Camerino che ne ha posizionate 2, Gabriele di Latina che ha tradotto dall’inglese il manuale di Oscar Perone e che ha messo 3 arnie, Davide di Bergamo che ha organizzato un incontro sulla permapicoltura e tante altre persone che ogni giorno ci contattano per unirsi a questa avventura. Questi incontri e questo entusiasmo hanno fatto nascere in noi la voglia di creare una mappa di tutte le arnie ispirate ai principi della permacoltura (arnia Oscar Perone) posizionate in Italia, per condividere questo percorso e confrontarci. Facciamo rete per dare vita insieme ad un grande apiario diffuso!

 

DAL SUD AL NORD UNITI PER LE API

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L’esperienza maturata fino ad oggi ci porta ad affermare che:

– ideale per iniziare il percorso di permapicoltura è usare uno sciame nudo di prima sciamatura, (con regina feconda) perché ha tutte le potenzialità per svilupparsi nel grande spazio dell’arnia Perone prima dell’inverno;
– andrebbero bene anche gli sciami di seconda e terza sciamatura, purché vengano installati entro fine maggio o al massimo i primi di giugno, non oltre perché abbiamo notato che altrimenti rischiano di non superano l’inverno;
– sconsigliamo di comprare sciami artificiali su telaini;
– non posizionare le api in posti umidi;
– le api convivono tranquillamente con le formiche che, producendo acido formico, le aiutano a combattere la varroa;
– è importante posizionare le famiglie su un nodo di Hartmann. Questi punti presentano una concentrazione di raggi gamma in grado di neutralizzare la peste americana;
– la griglia deve essere posizionata con i favi a caldo, ovvero in maniera perpendicolare rispetto all’entrata;
– alle api piace l’entrata della porta alta che porta diretta ai favi (in più noi sotto facciamo due buchi per facilitare la pulizia dell’arnia). Questa è l’unica variazione che noi ci siamo permessi di fare nell’arnia Perone!
– non bisogna mai aprirle! Mantenere la temperatura interna all’arnia costante è fondamentale. Il nido va considerato alla stregua di un tempio sacro da non profanare;
– dobbiamo sviluppare una nuova forma di osservazione: il volo. Con l’esperienza ed il tempo possiamo imparare a capire dal volo delle api informazioni utilissime sullo stato di salute della famiglia.

Nelle nostre avventure siamo sempre affiancati da Darel e Rossella che nonostante le difficoltà di reperire fondi per il film documentario non mollano e continuano a credere nel grande messaggio che le api ci continuano a donare. Un grazie speciale va a loro.
Per quanto riguarda la mappatura spedite le mail amaurograsso@hotmail.com
Auguriamo a tutti un’estate piena d’amore e vi salutiamo con una frase che da tempo ci guida:

SE L’UNIVERSO E’ PIENO DI COLORI

QUELLO CHE SCEGLI DENTRO LO RIPROIETTI FUORI

 

a presto,

Mauro, Gessica e Il Tempo delle Api Film!

P.S.: ci rendiamo disponibili per fare incontri gratuiti sulla permapicoltura e condividere la nostra esperienza. Chiediamo solo un rimborso spese per raggiungere il luogo dell’incontro.

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allevamento agroecologico dal sito www.francescapisseri.t

Articolo di Francesca Pisseri medico veterinario Pisa tratto dal sito http://www.francescapisseri.itIMG_1716

L’ Agroecosistema è un ecosistema utilizzato a scopi agricoli. E’ creato dall’ uomo il quale organizza l’ attività agricola su un ecosistema preesistente. In un agroecosistema l’ energia solare è la forza motrice, viene convertita in biomassa dalle colture, e in parte ( residui colturali) trasferita nel suolo sotto forma di sostanza organica, che i microrganismi in parte mineralizzano, rifornendo di nuovo le colture con elementi nutritivi. La biomassa colturale asportata con il raccolto può essere trasformata dagli animali allevati in produzione secondaria. Le deiezioni animali reintegrano la fertilità del suolo. L’ elemento sostanziale di differenza tra ecosistema e agroecosistema è l’ asportazione delle biomasse vegetali e animali ( produzione ) che può indurre una perdita di energia e materia tale da pregiudicare la capacità dell’ agroecosistema di autosostenersi. Tanto più l’ agroecosistema si allontana dall’ equilibrio quanto più sono necessari apporti energetici e chimici esterni.Il sistema definito industriale è nella sua essenza fortemente squilibrato, necessita quindi di continue correzioni tramite apporti esterni, di tipo chimico e di energia fossile. Nell’ agricoltura industriale i seguenti elementi sono di estrema importanza: meccanizzazione ( piu’ energia ausiliaria), concimazione minerale in luogo della concimazione organica aziendale e della rotazione delle colture, controllo chimico infestanti , fitopatie e malattie degli animali, irrigazione in aggiunta ad acqua meteorica, impiego di varietà vegetali e razze animali selezionate per ottenere grandi produzioni ( e non per la loro adattabilità all’ ambiente ). Nel sistema di produzione definito agroecologico l’ elemento di controllo e intervento umano è di fondamentale importanza, cambia però la sua forma rispetto a quello industriale : conoscenza di suolo, piante, animali, interazioni tra essi, scelta delle specie piu’ adatte all’ ambiente e non viceversa, interventi correttivi in caso di squilibri, gestione sanitaria basata su prevenzione ( omeopatia ). Quindi in tale sistema l’ apporto in informazioni ( cultura) è più importante rispetto all’ apporto in energia fossile e chimica del sistema convenzionale. Si preferisce utilizzare il termine AGROECOLOGICO anzichè BIOLOGICO in quanto il metodo di produzione biologico, che si rifà al rispetto delle attuali normative in materia, è basato essenzialmente sulla riduzione degli imput chimici, ma utilizza ben poco concetti di agroecologia, per esempio per quanto concerne la gestione dei pascoli, è quindi necessaria una evoluzione delle tecniche di allevamento seguendo i principi della permacoltura e della agricoltura sinergica.

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Avermectine, ambiente e zootecnia biologica

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Avermectine, ambiente e zootecnia biologica  – a cura di Francesca Pisseri

Gli antiparassitari di sintesi ad ampio spettro vengono sovente somministrati agli animali da allevamento quali bovini, ovicaprini, suini, e ai cavalli in maniera routinaria, da 2 fino a 4-6 volte l’ anno. Anche nel cane è una pratica diffusa per il controllo di alcune parassitosi. Una classe di farmaci molto utilizzata è quella delle avermectine, antiparassitari ad amplissimo spettro, in grado di uccidere 85 specie diverse di parassiti dei mammiferi domestici, del pollame, dei pesci e delle piante. Le avermectine, escrete soprattutto con le feci degli animali sottoposti a trattamento, hanno una lunga persistenza nell’ambiente, valutata in diversi esperimenti da alcune settimane ad alcuni mesi. Per la loro natura lipofila e scarsamente volatile si legano soprattutto al suolo e alla materia organica, e alcune condizioni come il freddo e l’ anaerobiosi prolungano la loro persistenza. Vi sono scarsi dati circa la ecotossicità e la persistenza dei loro metaboliti (sono13 per la ivermectina). Sono nocive per moltissime specie di invertebrati, molto importanti per la conservazione e l’ equilibrio di ecosistemi sia acquatici che terrestri, appartenenti agli ordini: Dictyoptera, Anoplura, Homoptera, Thysanoptera, Coleoptera, Siphonaptera, Diptera, Lepidoptera e Hymenoptera, e per alcune specie di pesci. Gli insetti sono fondamentali in quanto partecipano al riciclo dei nutrienti, contribuiscono al mantenimento della sostanza organica del terreno e quindi della fertilità, sono fonte di cibo per vertebrati quali uccelli, anfibi, mammiferi. Le feci dei mammiferi, in particolare dei bovini, costituiscono un microhabitat per lo sviluppo di numerose specie di invertebrati. Un largo utilizzo delle avermectine tende quindi a far decrescere la biodiversità. La pratica routinaria è quella di effettuare trattamenti antiparassitari periodici nelle specie zootecniche e nel cavallo, soprattutto nel caso in cui i soggetti pascolino. Negli ultimi anni sono stati messi in evidenza fenomeni di farmacoresistenza da parte dei parassiti ai farmaci di sintesi. Nell’allevamento biologico il letame prodotto dagli animali viene utilizzato per fertilizzare i campi, quindi la somministrazione di molecole ecotossiche che raggiungano le escrezioni animali implica un impatto sull’ ambiente. La precedente normativa sul biologico (Reg. CEE n. 2092/91, Reg. CEE  1804/99) imponeva dei limiti al numero dei trattamenti antiparassitari, e al tipo di molecole da utilizzare, che dovevano essere caratterizzate da“ basso impatto ambientale, una rapida metabolizzazione, limitati effetti tossici e tempi di sospensione inferiori ai 10 giorni.”  L’ attuale Regolamento (Reg. CEE889/2008) toglie tali limiti all’utilizzo degli antiparassitari, tali farmaci vengono inoltre aggiunti alle eccezioni in base alle quali, se un animale subisce molti trattamenti, può comunque essere commercializzato come biologico.“Ad eccezione delle vaccinazioni, delle cure antiparassitarie e dei piani obbligatori di eradicazione, nel caso in cui un animale o un gruppo di animali sia sottoposto a più di tre cicli di trattamenti con medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica o antibiotici in 12 mesi …….. gli animali interessati o i prodotti da essi derivati non possono essere venduti come prodotti biologici e gli animali devono essere sottoposti ai periodi di conversione previsti all’articolo 38, paragrafo 1.” Vi sono molte pratiche, sia mediche che gestionali, utili a limitare le parassitosi negli allevamenti, come rotazione e turnazione dei pascoli, attenzione alla genetica e alla igiene dell’ allevamento, omeopatia e fitoterapia. Il trattamento farmacologico di sintesi deve essere mirato, e non routinario, l’opportunità del trattamento antiparassitario va valutata dal medico veterinario in relazione allo stato di salute degli animali, alla qualità e quantità di parassiti presenti (analisi parassitologiche di tipo quantitativo) utilizzando molecole a spettro limitato, meno ecotossiche rispetto a quelle ad ampio spettro.  In natura si instaura un equilibrio  tra ospite e parassita,e una bassa infestazione degli animali stimola meccanismi naturali di difesa, può essere controindicato sottoporre a trattamenti  animali continuamente esposti e reinfestioni, come gli animali che pascolano, ma conviene invece implementare pratiche gestionali di contenimento della carica parassitaria nei pascoli e pratiche mediche che supportino la naturale resistenza degli animali. Come si evince da alcuni studi i trattamenti omeopatici possono favorire un contenimento della carica parassitaria sotto la soglia di rischio sia zootecnico che sanitario.

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Agricoltura Biodinamica

LA BIODINAMICA, CHE COS’E’

Coltivazione biodinamica, due parole che implicano tutto un modo di

vivere, osservare e lavorare la terra. Il suo scopo non è di lasciar

fare alla natura ma di fare oltre la natura, cioè di aiutare la

natura per ottenere una terra sempre più fertile, della quale

possano beneficiare anche le generazioni future, e alimenti vivi di

qualità piena che nutrano l’uomo e gli diano salute. Coltivare

biodinamicamente non vuol dire applicare in modo meccanico un metodo

fisso. Piuttosto si può parlare di un indirizzo per il nostro

pensare e agire, che poi svilupperemo secondo le condizioni e i

problemi che incontreremo sulla nostra terra.

QUANDO NASCE LA BIODINAMICA?

I principi su cui si fonda la biodinamica furono formulati

dall’austriaco Rudolf Steiner, il fondatore dell’antroposofia, una

concezione dell’uomo e del mondo che nel primo quarto di questo

secolo aveva portato un rinnovamento fertile nel campo della

medicina, della pedagogia, dell’arte e della scienza in genere

acquistando numerosi adepti in tutto il mondo occidentale.

L’agricoltura fu l’ultimo settore cui Steiner si dedicò prima di

morire e lo fece su richiesta di alcuni agricoltori che vedevano con

preoccupazione i primi segni di degenerazione e debolezza che

accompagnavano l’applicazione dei moderni metodi di coltivazione e

in particolar modo il crescente uso di concime chimico. A Koberwitz,

nel 1924, Steiner tenne 8 lezioni per agricoltori dove il tema

centrale era la salute della terra e il mantenimento e

l’accrescimento della fertilità per migliorare la qualità degli

alimenti destinati a nutrire l’uomo. Nell’indicarci la via verso una

conoscenza ampliata del vivente e le sue manifestazioni Steiner

mostra lo stesso spirito usato da Goethe nei suoi scritti di scienze

naturali di cui Steiner del resto era stato un grande studioso.

In tutti i paesi occidentali c’è un piccolo numero di agricoltori

(sta però aumentando) che sentono la responsabilità di dare una

terra fertile e sana in eredità alle generazioni future e capiscono

l’importanza di alimenti sani per la salute dell’uomo.

I tre principi della biodinamica sono:

1) mantenere la fertilità della terra.;

2) rendere sane le piante in modo che possano resistere alle

malattie e ai parassiti.;

3) produrre alimenti di qualità più alta possibile.

Non bisogna quindi stupirsi che, nel secolo del materialismo e dello

sfruttamento estremo delle ricchezze naturali, la biodinamica non

abbia potuto espandersi su larga scala. Al contrario bisogna

rallegrarsi che, malgrado tutto, essa venga seguita in molti paesi

da decenni e con successo.

La biodinamica parte dalla conoscenza globale del pianeta e del suo

rapporto col cosmo; questa conoscenza non si acquista da un giorno

all’altro ma solo attraverso un’abitudine all’osservazione della

natura e delle sue leggi che dovrebbe entrare a fare parte già

dell’educazione scolastica. Oggi si sta lentamente acquistando una

certa conoscenza ecologica ma si è ancora lontani dal capire la vita

in tutte le sue manifestazioni.

L’uomo conosce alla perfezione il mondo della materia inorganica e

le leggi della meccanica ma se applica le leggi di quel mondo alla

vita finirà per distruggere la vita stessa che ha leggi e condizioni

del tutto diverse. Non basta ammettere che l’agricoltura è una

impresa biologica, bisogna prendere sul serio la parola “bios”, che

significa vita e “logos”, che significa conoscenza, cioè bisogna

acquistare la conoscenza della vita. Caratteristiche della vita

sono: movimento, costruzione, trasformazione. Viceversa,

caratteristiche della morte e della meccanica sono: inerzia,

distruzione, stabilità.

Acquistando questa nuova conoscenza l’agricoltura non sarà più uno

sperimentare incerto di nuovi metodi, ma poggerà su basi solide

quanto l’arcaico che una volta guidava il contadino.

SFRUTTARE LE FORZE NATURALI

La biodinamica viene spesso descritta come un modo di coltivare

senza concime chimico e senza veleni. Questi sono però solo gli

aspetti secondari di un metodo che prima di tutto è caratterizzato

da una cosciente utilizzazione delle forze naturali. Osservando la

produzione vegetativa in natura, tre appaiono le espressioni

fondamentali di questa forza naturale.

1. La liberazione nella terra di materie nutritive necessarie alla

pianta.

2. L’inspirazione dall’atmosfera alla terra per mezzo delle piante.

3. L’autoregolazione che esiste in tutti gli organismi viventi.

Il principio di restituire alla terra quello che si prende non è

idea fondamentale della biodinamica ma della chimica. Il principio

fondamentale della biodinamica è attivare la vita nella terra in

modo che le sostanze presenti nella terra in quantità enormemente

superiore al bisogno possono essere liberate e assimilate dalle

piante nella misura necessaria. Questo processo naturale si svolge

grazie ai lombrichi, ai vermetti e ai microrganismi e ogni

intervento deve avere come scopo di proteggere e intensificare

questa “microstalla”. L’inspirazione di sostanze dall’atmosfera è il

secondo processo naturale. Solo in piccola parte (circa l’1%) le

piante costruiscono la loro massa vegetativa dalla terra. Per il

resto utilizzano anidride carbonica, acqua e azoto, che troviamo

nell’humus in grande quantità. Con la costante distruzione e morte

vegetativa l’azoto viene messo a disposizione per la vegetazione in

crescita.

La presenza di concime chimico frena e disturba questo processo

naturale. Con un surplus di azoto nell’humus si rischia lo sviluppo

di batteri che liberano l’azoto dalla terra in modo che abbiamo una

perdita di azoto invece di un’inspirazione.

Un terzo processo naturale caratterizza tutti gli organismi viventi

e i sistemi ecologici: l’autoregolazione ovvero l’adattamento alle

condizioni esterne; quello che di solito chiamiamo l’equilibrio

della natura. Lo incontriamo nel nostro corpo capace di guarire

oppure di resistere alle malattie. Lo incontriamo nei nostri muscoli

che si rafforzano usandoli e nella nostra pelle che si ispessisce

dove viene consumata. Viceversa, questa caratteristica è del tutto

assente nel mondo inorganico dove il prolungato uso porta alla

distruzione, non alla costruzione.

Nel nostro metabolismo il processo di autoregolazione viene

influenzato e guidato da sostanze presenti in quantità minima, per

esempio vitamine, ormoni, enzimi e microelementi. Mangiando

determinati alimenti noi possiamo influenzare il nostro metabolismo

e la nostra salute.

Anche nella terra noi troviamo questo processo di metabolizzazione

di sostanze organiche e possiamo aiutarlo e migliorarne l’efficacia

attraverso accorgimenti specifici quali l’impiego della rotazione,

del cumulo e dei preparati biodinamici che altro non sono che

strumenti per rafforzare la capacità autoregolatrice della terra,

delle piante e dell’azienda agricola nel suo complesso.

LA ROTAZIONE

Storicamente la rotazione è una pratica abbastanza recente in molte

parti dell’Europa. Soltanto 100 anni fa circa, quando si diffuse la

coltivazione della patata e d’altri tuberi, si poté frenare

l’effetto deleterio delle monocolture e si cominciò a praticare la

rotazione seguendo uno schema: prato &endash; tuberi – frumento, per

esempio. Con lo sviluppo industriale e l’uso dei concimi chimici il

profitto economico divenne lo scopo ultimo dell’agricoltura e si

tornò di nuovo alla monocoltura.

Il pilastro di una buona rotazione è il prato con molto trifoglio o

altre leguminose che arricchiscono e fertilizzano la terra. Le

coltivazioni che si avvicendano negli appezzamenti variano secondo

la struttura del terreno, il clima e il numero delle persone e degli

animali da nutrire, essendo l’azienda a circolo chiuso un ideale a

cui mira la biodinamica. Per ottenere la massima armonia biologica

sarebbe bene coltivare ortaggi con tuberi o radici e seminare

vegetali che possono dare i loro frutti nelle varie forme di semi,

foglie e radici.

COS’E’ UN COMPOST

La pratica del compost è vecchia quanto la cultura umana e nei tempi

antichi era altamente sviluppata in molte parti del mondo.

Rudolf Steiner ha studiato a fondo il carattere e l’essenza stessa

del compost e ha anche spiegato i processi che vi si svolgono. Dal

punto di vista chimico e fisico il compost è una mistura di terra,

resti vegetali, acqua, calcio, ecc. ma dal punto di vista dinamico è

un concentrato di energia e impulsi vitali. Molta gente crede che il

compost serva ad ottenere la distruzione dei vegetali per facilitare

il lavoro della terra. L’essenziale è invece fare del compost il

luogo in cui il processo di distruzione e costruzione che noi

desideriamo nella terra venga concentrato e stimolato fino a

raggiungere un livello altissimo. Il compost guiderà e stimolerà poi

questo processo nella terra per farla più viva e produttiva.

Il compost sta fra humus della terra e un organismo vivente. Si può

paragonarlo a una mucca che sta digerendo. La materia che mettiamo

sul compost equivale al foraggio per la mucca e il prodotto finale è

concime e nutrimento per altri organismi. Guardando il compost in

questo modo possiamo tracciare le direttive per il lavoro pratico:

– Il compost deve avere una certa massa, un corpo e una forma

specifica.

Non deve essere un semplice mucchio di rifiuti.

Ecco perché è anche importante tenere il cumulo sopra il livello

della terra.

– Per diventare terra viva ha bisogno di contatto con la terra nuda.

Acqua e aria sono necessarie per il compost come per tutti gli

organismi e fondamentale è l’equilibrio fra questi due elementi.

Materiale troppo bagnato va mescolato con materiale secco. Materiale

secco, come foglie e paglia, va annaffiato.

– Il compost ha bisogno di una pelle; un sottile strato di

terra; che impedisca l’evaporazione lasciando respirare.

– Sopra questa pelle va messa una coperta di paglia, erba o foglie

che possa proteggere il compost dal freddo, dalla pioggia e dal sole

per favorire lo sviluppo di una “vita interna”.

– Possiamo verificare se siamo riusciti a dare vita al compost in

base al calore che esso sviluppa (circa 40°).

– In questo organismo s’introducono i preparati biodinamici che sono

mini-compost di certe erbe con funzioni specifiche per i processi di

distruzione e costruzione e possono essere paragonati agli organi

interni di una mucca: cuore, fegato, reni, ghiandole.

– Va sottolineato che questo tipo di compost vegetale ha bisogno

solo di una piccola quantità di concime animale; chi ha grande

quantità di concime animale ne farà quindi un compostaggio a parte.

Nel numero 1della rivista abbiamo dato istruzioni più dettagliate su

come procedere nella costruzione del cumulo.

I PREPARATI BIODINAMICI E IL CALENDARIO

Essi appartengono se così si può dire, alla parte dinamica della

biodinamica. I preparati e il calendario incontrano spesso lo

scetticismo e l’incredulità. Molte persone vedono in queste pratiche

qualcosa di magico o irrazionale perché manca loro il collegamento

con processi e ritmi elementari della vita. D’altra parte non è

necessaria una completa comprensione delle forze naturali che ci

aiutano utilizzando i preparati e rispettando il Calendario delle

semine.

Basta provare a vedere il risultato, e infatti migliaia di

biodinamici in Europa se ne servono con successo. Del resto anche le

ricerche condotte sui prodotti biodinamici confermano la superiorità

quantitativa e qualitativa dei prodotti coltivati con l’impiego dei

preparati e del calendario.

I preparati biodinamici sono otto.

Due vengono spruzzati sui campi direttamente e sei vengono immessi

nel cumulo. I preparati attraversano prima un processo di

dinamizzazione che somiglia a quella del compost. Come abbiamo detto

prima essi sono dei compost in miniatura. Quelli che vengono

spruzzati vanno riattivati mescolandone piccole quantità in grandi

quantità d’acqua, con movimenti circolari e per un determinato

tempo. Viene naturale il riferimento ai principi omeopatici: Si

possono paragonare questi preparati ai catalizzatori. Uno, a base di

letame, stimola l’attività radicale e la crescita. L’altro, a base

di polvere di quarzo, stimola il processo di assimilazione e

maturazione, cioè le funzioni che hanno a che fare con la luce. I

preparati immessi nel cumulo sono a base di piante medicinali

(ortica; camomilla; achillea ; valeriana –

corteccia di quercia e dente di leone), ognuna con la sua funzione

regolatrice e stimolatrice della vita che si svolge nel cumulo.

LE FORZE COSMICHE

La biodinamica guarda alla terra come parte dell’universo e perciò

soggetta alle leggi e alle influenze cosmiche. Basta però riflettere

un attimo su alcuni fenomeni noti a tutti per renderci conto di

questa dipendenza cosmica.

Sappiamo che senza il sole non è possibile la vita e grazie alla

luce avviene uno dei processi più meravigliosi della natura: la

fotosintesi. Il sole determina il giorno e la notte e le stagioni,

cioè tutto il ritmo vitale della terra. La scienza studia oggi le

macchie solari e la loro influenza sul clima.

La luna governa i liquidi: le maree e il ciclo mestruale ne sono

solo due esempi. In Italia ci sono ancora moltissimi contadini che

seminano, potano e travasano seguendo i movimenti della luna.

Nel suo corso di agricoltura Steiner parla degli influssi dei vari

pianeti sulla terra, ma nella pratica si ricorre più semplicemente

al Calendario delle semine. Esso è il risultato di 20 anni di

ricerche e di studi sull’influenza lunare per l’agricoltura,

condotti da una studiosa tedesca, Maria Thun.

Essa scoprì che la pianta sviluppa più o meno ognuna delle sue

parti, (radice; foglia; fiore; frutto)   secondo la posizione della luna al momento della semina. Seguendo il   passaggio della luna attraverso lo zodiaco che fascia la sfera celeste, Maria Thun ha osservato che la pianta sviluppa la parte

radicale se la semina avviene quando la luna transita in certi

segni, sviluppa invece i fiori se transita in altri e così via.

Da sempre si dividono i segni zodiacali in quattro gruppi ognuno dei

quali appartenenti a un elemento:

Ariete – Leone – Sagittario appartengono al fuoco

Toro – Vergine – Capricorno appartengono alla terra

Gemelli &endash; Bilancia – Acquario appartengono all’aria

Cancro – Scorpione – Pesci appartengono all’acqua.

Così anche le quattro parti della pianta si possono riferire agli

elementi:

Radice – Terra

Foglia – Acqua

Fiore – Aria

Frutto – Fuoco.

Quando la luna transita nei segni di fuoco seminiamo piante di cui

vogliamo un buon sviluppo fruttifero. Quando la luna transita nei

segni d’acqua seminiamo piante di cui vogliamo usare le foglie.

Quando la luna transita nei segni di terra seminiamo piante di cui

raccoglieremo radici e tuberi. Quando, infine, la luna transita nei

segni d’aria semineremo piante di cui vogliamo i fiori. Questo è

solo un esempio di come va utilizzato il Calendario.

Questi esperimenti, che Maria Thun iniziò negli anni cinquanta, sono

stati ripresi da altri studiosi e negli ultimi anni sono stati

pubblicati lavori che confermano la tesi della Thun. E’ anche stato

notato che il rispetto del calendario da buoni risultati solo se la

terra è coltivata biodinamicamente, cioè se essa presenta un’alta

attività biologica. Gli esperimenti su terra concimata chimicamente

non hanno portato ad alcun risultato, nemmeno quando sono stati

fatti in ambiente climatico identico a quello della terra usata per

le ricerche biodinamiche.

L’AUTOSUFFICIENZA, IDEALE DI UN’AZIENDA

Ogni azienda agricola è un’impresa biologica. Sulla terra nessun

organismo vivente sopravvive se non in simbiosi con altri esseri

viventi. Così l’uomo e gli animali espirano l’anidride carbonica

necessaria alla vita vegetativa, mentre le piante producono

l’ossigeno necessario all’uomo e all’animale. Le piante hanno la

capacità di assorbire sostanze inorganiche e trasformarle in

sostanza organica &endash; fare pane dai sassi. L’uomo e l’animale

fanno il contrario, assorbono sostanze organiche, le distruggono e

le mineralizzano. L’azienda biodinamica mira a diventare un’unità

biologica autosufficiente, dove si trovano in equilibrio terra,

vegetazione, animali, uomini. Bisognerebbe cercare di produrre tutto

quello che serve per l’azienda all’interno dell’azienda stessa. Un

numero proporzionato di animali è di grande aiuto in questo senso.

All’interno dell’azienda dovrebbero circolare grandi quantità di

sostanze animali, vegetali e minerali. E come in un organismo

vivente, i processi che si svolgono dovrebbero avere una certa forza

per mantenere la salute e la produttività. Si tratta quindi di

lavorare attivamente per stimolare questi processi e in primo luogo

l’attività biologica nella terra e quindi la fertilità. Le

leguminose, il sovescio verde, il compost che agirà come un fermento

nella terra, il drenaggio e l’aratura per ottenere il giusto

equilibrio fra aria e umidità nella terra, l’uso dei preparati

biodinamici, sono tutte parti di questo lavoro cosciente.

Come abbiamo già detto la biodinamica non è un metodo da applicare

meccanicamente ma un modo di pensare e di agire che non solo

utilizza le forze naturali ma che arriva ad aiutare e stimolare la

natura stessa grazie alla conoscenza dei processi vitali che vi si

svolgono.

“Vera scienza ci sarà solo quando si controlleranno le

forze che operano. Non si potranno mai capire le

piante, gli animali o i parassiti presi ognuno per sé.

Quello che vi dicevo nella prima lezione sull’ago

magnetico era molto importante. Chi pensa all’ago

isolato dal resto e nell’ago stesso cerca la ragione

perché esso si svolge sempre al nord dirà sempre

stupidaggini. Bisogna considerare tutto il pianeta

Terra come un polo nord magnetico e un polo sud analogo

per avere una spiegazione.

Proprio come in quel modo dobbiamo osservare tutta la

terra per spiegare le caratteristiche dell’ago, proprio

così dobbiamo considerare tutto l’universo per spiegare

il mondo vivente delle piante. Non possiamo solo

guardare le piante, gli animali e gli uomini. La vita

proviene da tutto l’universo, non solo da quella che la

terra ci offre. La natura è tutt’uno e le forze

fluiscono da tutte le parti. Solo chi ha la mente

esperta per l’operare di molteplici reciproche forze

può capire la natura. Cosa fa lo scienziato oggi?

Prende un preparato, lo scinde e lo studia. Lo tiene

ben isolato dall’ambiente esterno e lo scruta nel

microscopio.

E’ esattamente il contrario di quello che bisogna fare

per capire il macrocosmo. non solo ci si isola in una

stanza ma ci si isola dallo splendore del mondo.

Nient’altro esiste che quello che si centra con la

lente microscopica. Ma se noi ritroveremo la strada

verso il macrocosmo, capiremo di nuovo la natura e

altro ancora”.

Rudolf Steiner nella sesta lezione 24.6.1924

Anthroposophy

“You catch a fairly young field-vole and flay it… We take the skin, when                             Venus stands in the sign of the scorpion, and combust the skin… Now take the                             ash, which you got this way, and pepper it out on the fields” —

Rudolf Steiner

What is Anthroposophy?

The man behind Anthroposophy was the Austrian philosopher Rudolf Steiner (1861-1925). Steiner at young age became interested in the spiritual movement in Europe at that time, especially Theosophy and the mystic ideas of Goethe. In the beginning of the 20th century, Steiner got more  and more into Theosophy, much thanks to his friendship with the Russian actress Marie Von Sievers, a devoted Theosophist, and in 1902 he became general secretary of the German Theosophical division.

Theosophy was based on Hinduism, Buddhism and European occultism, but Steiner’s teachings were closer to Christianity and the Rosicrucian orden. In 1906 he started a loge (Mysteria Mystica Aeterna) of O.T.O (Ordo Templi Orientis). Other famous sect leaders who started as followers of O.T.O were the Satanist Aleister Crowley and L. Ron Hubbard, creator of Scientology. Because of Steiner’s approaching to O.T.O and Annie Bessant’s, the leader of the theosophical movement, activities in India (she discovered Jiddu Krishnamurti.) the theosophical organization split up and Steiner started his own cult, Anthroposophy.

Pseudo-scientific beliefs

Steiner has written many books about Atlantis and Lemuria. He claimed to have received information about these myths through his clairvoyant ability. According to Steiner the population on Atlantis could not speak, but thought in pictures and communicated through telepathy. The most   developed individuals gathered in Central Asia under a great leader. Anthroposophy claims that the Aryan race comes from that group, and that racial intermixing is bad:”…blood to blood from, in the development, greatly different species kills; blood to blood from closely related species does not kill. Man maintains his physical organism even when foreign blood comes to foreign blood, but the force of clear vision dies under influence of the mixing of blood or extra-racial marriage” — Rudolf Steiner

Anthroposophy is mainly based on theosophy and goes back to gnosticism and eastern “wisdom”. The connection with gnosticism makes it hostile to earthy pleasures. The human being consists of three entities: The body, the soul and the spirit. If the soul is too closely bound to earthy pleasures it will be reincarnated in a new body and will not be able to reach the higher worlds where it will  eventually be aligned with the spirit. Hence it is important for an Anthroposophist not to be too  engaged in pleasures such as rock music, parties, etc, but instead to live an ascetical spiritual life. Furthermore the Anthroposophical movement is an enemy of allopathic (i.e. “regular”) medicine, advocates homeopathy and is partly based on Paracelsus’ (1493-1541) theories that a plant treats diseases in organs which look similar to parts of the plant. For example do the leaves of the flower  Euphrasia officinalis look much like eyes, and the plant has therefore been used in traditional medicine for eye-diseases. Scientifically unsound theories such as this still survives in      Anthroposophy. Other theories which are strong in anthroposophy include the idea that “astral forces” in plants affect the body. Cancer is supposedly cured by properly prepared mistletoe which absorbs etheric forces and strengthens the astral body. Another way to treat cancer as well as other diseases is”eurytmia”, a kind of pantominic dance.

Anthroposophists are most famous for their biodynamic farming, which has nothing to do with ecological farming, except that both say no to pesticides. Biodynamic farming is much the same as anthroposophical medicine. The earth is seen as an organism that breathes twice a day, and has a living soil. The soil is being made more dynamic by adding homeopathic-like preparations to it. The farming is run by a complicated system based on eterian and astral forces and their effects on minerals, plants and animals. I may add more about biodynamics when I have read an article in  Journal of Agricultural and Environmental Ethics 7:173-187, 1994

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