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Progetto “Inversion” – FIAVÈ (Tn)

Programma lancio Inversion 15.09.2018 (1)

 

PROGETTO INVERSION

prima fotoIl Maso Pacomio ristruttrato  sede del convegno  Fiavè (Trento)

Il progetto Inversion ha iniziato a prendere corpo nel 2014 e ci sono voluti due anni di preparazione per arrivare a questo convegno di lancio.

Ho partecipato come inviata di Ecoallevamento, il sito che si occupa di agroecologia. http://www.ecoallevamento.it

Il Trentino è una regione splendida e il tempo tiepido con un cielo terso ha reso la cornice ancora più spettacolare.

Allevatori, tecnici e organizzatori si sono molto impegnati nella realizzazione di questo convegno e anche della passeggiata con la cittadinanza domenica 15 settembre.

Sono motivati ma anche un po’ tesi per il confronto pubblico, perché il progetto  ha sollevato non poche resistenze ideologiche nell’ambito agricolo.   Modificare comportamenti e pratiche consolidate non è facile per nessuno, specialmente se producono reddito. Considerare il territorio un bene comune da tutelare anche facendo un passo indietro per poi farne due in avanti, va dimostrato, nonostante che questa sia una regione che del territorio ne ha fatto una industria turistica.

Come uscire da questo impasse ce lo propone il progetto “Inversion” e io sono qui a raccontarvelo.

 

Si inizia con il saluto del Sindaco che auspica la buona riuscita del progetto per il bene di tutta la comunità, e si passa poi alla vera introduzione del progetto “Inversion”, da parte della coordinatrice Giorgia Robbiati, sostenuta e coadiuvata da Patrizia Gionghi, collaboratrice dell’Ecomuseo della Judicaria.

Scopo del progetto è portare innovazioni agroecologiche in un territorio montano, vuol dire Inversione di rotta rispetto al modo attuale di concepire la zootecnia e l’agricoltura, un metodo basato sul concetto di resilienza e sostenibilità, che si serve di tecniche innovative per coltivare e allevare, di un metodo sinergico di lavoro basato sulla condivisione delle esperienze tra allevatori, esperti ed enti che sostengono il progetto.

seconda fotoInterno del maso ristrutturato, sede di eventi culturali

Ho avuto modo di ascoltare e conoscere Giorgia e Patrizia  nei giorni seguenti e di apprezzare il lavoro intenso e insostituibile, l’organizzazione e l’attività di collegamento tra allevatori, esperti ed Ecomuseo, nonché la grandissima ospitalità nei nostri confronti, fatta di spostamenti tra treni, alberghi e visite alle aziende e ai musei locali.

Giorgia elenca le aziende partecipanti e ne descrive brevemente le attività che svolgono e lascia la parola alla presidente dell’Ecomuseo, Giancarla Tognoni.  Ecomuseo non è un edificio dove trovare opere d’arte, ma è un progetto culturale per la salvaguardia del territorio coinvolgendo le comunità locali che vi abitano e che sono portatrici di valori e di saperi che rischiano di essere dimenticati. L’ecomuseo è dunque un vasto territorio formato da sei comuni in cui hanno sede le aziende legate al progetto “Inversion”. Il suo discorso è pieno di grande praticità e concretezza.

Prendere una strada così diversa per primi non è facile, dice la Presidente, è un percorso fatto di confronto e crescita tra i vari componenti, con Giorgia che è capofila e con gli esperti che vengono da fuori.

Il riconoscimento di questo territorio come Riserva di Biosfera UNESCO Alpi Ledrensi e Judicaria, dalle Dolomiti al Garda, è una opportunità di sviluppo sostenibile per il territorio, ma ha messo in luce alcune criticità per la presenza di allevamenti e di colture intensive nella Piana di Lomaso. “Inversion” diventa un progetto chiave per dimostrare che si sta lavorando per migliorare il territorio.

L’agroecologia è la strada.   I concetti di sostenibilità sono belli, ma devono essere sostenuti da scientificità, per poter dimostrare che non solo sono accettabili dal punto di vista filosofico ed etico, ma che sono economicamente vantaggiosi. Questo si può fare producendo dati certi, sperimentati, e protocolli riproducibili, valutando i costi di un approccio agroecologico rispetto a uno convenzionale, i vantaggi e i limiti di questo approccio.

 

Dopo questa illuminante  introduzione si passa la parola alle aziende che fanno parte del progetto e agli enti che hanno collaborato per la realizzazione della parte scientifica.

AZIENDE e consulenti

AZIENDA AGRICOLA CATTAFESTA MAURIZIO e Dr.  Sergio Zanazzi Medico Veterinario

terza fotoA sinistra il Dr. Sergio Zanazzi, medico veterinario e a destra Maurizio Cattafesta

Lama, alpaca, cani da slitta, bovini Highland e animali da cortile. Questa è la grande biodiversità dell’azienda gestita da Maurizio Cattafesta. Gli animali vengono alimentati a fieno e lasciati al pascolo in malga la maggior parte del tempo, con il metodo della rotazione. Si ha riduzione del lavoro in stalla e un uso molto limitato di antiparassitari. La relazione con gli animali è la mission di Maurizio, che non è una perdita di tempo, ma un investimento che viene restituito in termini di gestione e salute dei branchi.

Interviene l’esperto che coadiuva il progetto, il Dr. Sergio Zanazzi, medico veterinario, che fa un discorso bellissimo, indice di grande conoscenza degli animali e del proprio lavoro.  Negli ultimi decenni c’è stata la tendenza a sostituire gli animali anziani meno produttivi, che invece hanno un ruolo importantissimo all’interno di un gruppo. Gli animali imparano apprendendo da chi ha più esperienza, come ad esempio nelle fasi del parto, e gli anziani hanno anche un ruolo protettivo verso i più deboli, riducendo molto sia i conflitti che il lavoro dello stesso allevatore, perfino in un ambito intensivo. Anche il toro deve essere scelto in base all’ambiente in cui deve vivere e alla resistenza alle malattie. Per lavorare bene in una azienda devono essere fatti dei protocolli con indicazioni specifiche in modo da avere attenzione al lavoro che si svolge.

 

AGRILIFE e Francesco Vaccari CNR

Parla Moira Donati, una donna molto entusiasta del suo lavoro. Nella sua azienda si allevano 45 asini per la produzione di latte alimentare, è l’azienda del genere  più grande in Trentino. La prima attenzione, dice Moira, è rivolta al benessere animale, gli asini stanno al pascolo la maggior parte del tempo, fino a che il tempo lo permette, e  grazie al lavoro di consulenza della Dott.ssa Pisseri, ha potuto portare ulteriori miglioramenti alla sua azienda.

E’ stata rivista l’alimentazione e migliorato il pascolamento degli animali, che con la turnazione hanno la possibilità di avere sempre erba fresca a disposizione.  Questo ha elevato anche  quanti-qualitativamente la produzione del latte, che ora è ricco di vitamine e omega 3 e 6 rispetto al passato.

In questa azienda si inserisce l’esperimento sull’emissione dei gas serra  dell’Istituto di Biometereologia del CNR di Firenze, che espone Francesco Vaccari.

Su questi pascoli sono stati inseriti dei “collari” nel terreno che sono indicatori della produzione dell’anidride carbonica, CO2 e Azoto. La sperimentazione consiste nel dimostrare che terreni dove il cotico erboso è sano, ben concimato e ben pascolato, senza troppo carico di animali e trattamenti chimici, si sviluppano meno CO2 e Azoto rispetto a un pascolo dove il calpestamento e l’eccessiva concimazione provocano una elevata emissione dei gas, responsabili dei danni ambientali e climatici che conosciamo. Un altro pericolo è la compattazione del terreno dovuta al calpestamento sempre delle stesse aree, che crea uno strato impermeabile dove l’acqua scivola senza essere assorbita, con morte dei microrganismi che compongono il terreno e desertificazione di vaste zone che potrebbero invece essere molto fertili. Viene dunque effettuata anche una prova dell’assorbimento dell’acqua in ambedue i terreni, per avere parametri di paragone, più volte l’anno e in diverse stagioni.

AZIENDA AGRICOLA MASO PISONI   Dott.ssa  Francesca Pisseri,  Medica Veterinaria

Introduce al progetto la Dott.ssa Francesca Pisseri, che parla di gestione sistemica e di salute animale. Significa lavorare sul mantenimento della salute attraverso una corretta alimentazione, utilizzando le risorse già presenti in azienda. Un approccio agroecologico, dunque, che si basa su una gestione dei pascoli programmata e ragionata. Il pascolo è fonte di una alimentazione completa per gli animali, se si mantiene la salute del terreno che lo produce, e questo si può ottenere attraverso le turnazioni per permettere all’erba di ricrescere rigogliosa. Non solo, al pascolo le vacche camminano e si irrobusticono, vivono in un ambiente sereno dove rafforzano i loro legami di mandria, il rumine funziona bene e producono un latte ricco di vitamine e grassi. Dunque un concetto di allevamento antico ma innovativo, che si propone di mantenere la salute attraverso pratiche virtuose, con un limitato uso di farmaci anche per patologie gravi, come le mastiti,  e preferendo sempre l’omeopatia e la fitoterapia come primo approccio terapeutico.  Per il controllo dei parassiti, invece di somministrare farmaci di routine, si utilizza il monitoraggio con esame delle feci. In questo modo si trattano solo gli animali che ne hanno bisogno e non si inquinano i pascoli con antiparassitari che permanendo nel terreno uccidono molte forme di vita, che sono l’humus del terreno.

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Da sinistra la Drssa Francesca Pisseri, Leonardo e Barbara

Queste pratiche virtuose, descritte dalla Dott.ssa Pisseri, sono state confermate nella loro efficacia da Leonardo e Barbara, che gestiscono il Maso Pisoni, sede di una bella fattoria didattica e di corsi estivi per bambini, nonché ristoro estivo e invernale per i turisti. Il progetto “Inversion”, dice Leonardo, gli ha fatto comprendere l’importanza di un buon foraggio e di produrre colture alternative alla soia, introducendo il pisello proteico e incentivando la produzione di foraggi per l’inverno.  Barbara enfatizza l’uso della omeopatia e della fitoterapia, non solo come metodo di cura alternativo, ma anche come un modo di prendersi cura degli animali, che aumenta la relazione con l’uomo e dunque il benessere in stalla.

 

 

AZIENDA AGRICOLA MISONET  e  Enrico Novelli

Con 5 vacche da latte di razza Bruna Alpina, questo giovane laureato in agraria, Oscar, ha messo in piedi un’attività commerciale destinando il latte a una gelateria gestita da due giovani ragazze. In questo modo si è creato un circolo virtuoso fatto di fieno prodotto sui propri terreni che va ad alimentare le vacche, le quali producono il latte che  è l’elemento fondamentale di una attività commerciale a base di gelati, yogurt e formaggi. E’ un modo di sfruttare le risorse del proprio territorio per vivere senza bisogno di abbandonare le aree rurali verso le città.  Il Dr. Novelli ha illustrato come la composizione del latte in acidi grassi e vitamina E aumenta in base al tipo di alimentazione e modalità di allevamento delle vacche.  Somministrando foraggi verdi alle vacche dell’azienda Misonet, diminuendo i cereali,  c’è stato un miglioramento della qualità del latte, con una diminuzione di acidi grassi nocivi (come il miristico e palmitico) e un aumento di vitamine A ed E, di CLA (acidi grassi benefici), di Omega 3 e 6, che svolgono un ruolo protettivo nei confronti di malattie cardiovascolari e degenerative.

 

 

AZIENDA AGRICOLA CARGOS e   Stefano Carlesi, Marzia Ranaldo

Stefano, un ingegnere che ha lasciato il suo lavoro attratto dal richiamo della sua terra, ha un progetto in via di realizzazione. Figlio e nipote di allevatori tradizionali, vede nel progetto “Inversion” la possibilità di rompere uno schema di allevamento intensivo,  portando  innovazioni che riguardano il benessere animale, il pascolo turnato, produzioni alternative ai soliti cereali, mais e soia e una valorizzazione del suo territorio ricco di storia,  che confina con l’area protetta della torbiera, un biotopo che è anche sito archeologico preistorico, importantissimo per il Trentino.

Il suo sogno si scontra con una realtà che vede nelle innovazioni agroecologiche una utopia giovanile più che un concreto sistema produttivo,e che  come è ora l’azienda di vacche da latte del padre. La sfida di questo giovane è appena all’inizio e si concretizzerà nel mettere una linea di vitelli da carne provenienti dalle vacche aziendali. Uno sfruttamento delle risorse già presenti, i vitelli maschi che nascono all’interno di una azienda da latte e che non hanno valore economico. “Un grande cammino si inizia con un piccolo  passo”, dice l’aforisma, e nel frattempo ha realizzato un grandissimo paddock con legno locale, che sarà sede del suo piccolo allevamento di bovini all’ingrasso con pascolo turnato, a partire dalla bella stagione.

 

Enrico Sturaro e Ilario Bazzoli

Il Dr. Enrico Sturaro ha parlato di pratiche gestionali innovative e di strategie di promozione di prodotti lattiero-caseari di alpeggio, lanciando un progetto nel progetto, di nome SMARTALP. Di fatto ha riproposto il ritorno a una pratica antica, l’alpeggio, soppiantata negli ultimi decenni da una zootecnia intensiva.  Il progetto si propone di valutare i rischi a cui sono sottoposte le vacche a regime intensivo che vengono portate in malga. A questo proposito si utilizzano tecniche innovative come ruminometri, valutazione delle emissioni di carbonio nei pascoli, BCS (body condition scores, cioè la valutazione dello stato nutrizionale della bovina), attraverso telecamere poste in sala mungitura, valutazione delle produzioni lattifere, podometri per monitorare quanto cammina una vacca al pascolo, droni e dati satellitari per monitorare la ricrescita dell’erba. Per fare ciò hanno una malga sperimentale dove si effettuano tutte queste misurazioni.

 

Prof.  FABIO CAPORALI

L’intervento del Prof. Caporali, “padre dell’agroecologia”, è stato l’atteso evento che ha chiuso il convegno.

sesta fotIl Prof. Caporali chiude il convegno

Il suo discorso denso, ricco di  riflessioni, accompagnate da una profonda conoscenza dell’agricoltura e dei territori, ha dato molti spunti di riflessione e si è ben inserito all’interno del progetto “Inversion”, dandone una base etica e filosofica.

L’agroecologia ha una forte relazione con la pratica dell’agricoltura, è la scienza delle relazioni che si occupa di agricoltura sostenibile, duratura nel tempo e nello spazio, afferma nel suo incipit il Professore. E’ un ideale, un fine che ci si pone di raggiungere attraverso il mezzo della scienza, che è a servizio della società.

L’agroecologia è importante perché è una transdisciplina, mette in relazione diversi componenti importanti in maniera armonica, tradizione e cultura, saperi antichi e innovazioni tecnologiche. Ha una base filosofica ed etica che persegue il bene comune.

Per costruire la sostenibilità bisogna agire localmente perché diventa un’impresa a carattere culturale, che investe diverse generazioni e richiede tempo. I cambiamenti iniziano all’interno delle nostre famiglie, nelle comunità locali.

La normativa sullo sviluppo rurale dà molte indicazioni su ciò che si deve fare in pratica e indica la prospettiva futura dell’agricoltura, che deve produrre un’economia che dia reddito e occupazione, che deve essere sostenibile e favorire le piccole imprese familiari, il diritto al lavoro sul proprio territorio, senza essere costretti ad abbandonare le aree.

Ignorare queste linee guida vuol dire non stare al passo con i tempi, è necessaria una inversione di tendenza, rispetto agli errori del passato, se si vogliono tutelare il territorio, il lavoro, gli animali e l’uomo.

Inversion vuol dire conversione, una inversione di tendenza che porta con sé un sistema di valori non solo tecnici ma che riguardano il ruolo dell’uomo nell’ecosistema.

E’ un progetto importante e virtuoso perché permette dialoghi tra i locali, reti sociali, la diffusione attraverso l’ Ecomuseo, i biodistretti per favorire la massa critica e formare alleanze a livello locale tra agricoltori.

L’esempio di “Inversion” è importantissimo perché coniuga tutti questi principi.

 

Il convegno si chiude con un grande applauso. Un riconoscimento per tutti coloro che hanno lavorato perché questo intelligente progetto si realizzi, dall’Ecomuseo agli allevatori e ai tecnici.

Il rammarico di una mancata partecipazione degli allevatori scettici e/o contrari a questa “innovazione” c’è, e si tocca con mano.

Quando manca il confronto, che può essere anche scontro, si va all’impoverimento della società. Rendere ardui e complicati percorsi che potrebbero dare benessere a tutti e speranza per i giovani, rafforza però chi li persegue, e dunque ottiene quasi sempre l’effetto contrario.

E’ duro portare avanti idee innovative,quando si è costretti a  districarsi attraverso difficoltà di natura poco etica, ma se ne esce, specie quando si lavora in gruppo, quando sempre più persone vengono coinvolte.

E il buon cibo offerto dalla sgra Marina, è in questo caso anche un conforto dell’anima, oltre che nutrimento del corpo.

Un buffet speciale cucinato con amore e servito in una sala in pietra portatrice di storia, con prodotti aziendali biologici e formaggi di malga, le montagne e il verde come cornice naturale.

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Sono molto onorata di aver fatto parte di tutto questo!

 

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Cavalli al pascolo: vantaggi, problematiche e sostenibilità

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Il pascolo per il cavallo è una soluzione salutare che consente stare all’ aria aperta, di fare esercizio, di migliorare il benessere e che può diminuire notevolmente la spesa  per l’alimentazione.

Per fornire  al cavallo un ambiente meno restrittivo e innaturale del box e per ridurre le spese, ora si usa molto dividere i terreni in tanti piccoli appezzamenti chiamati   paddock ,forniti di capannine ,  acqua e divisi tra di loro da recinzione elettrificata .

Quelli che erano prati o pascoli, senza un’ opportuna gestione, diventano in breve tempo terreni desertificati e pieni di piante infestanti.

Spesso si tengono più cavalli di quanto un terreno ne consenta, creando il fenomeno del sovrapascolamento, il calpestìo continuo compatta il terreno, lo rende impermeabile all’acqua per cui diventa fangoso d’inverno e polveroso d’estate, con sviluppo di patologie correlate.

Il motivo per cui i pascoli su cui soggiornano i cavalli sono soggetti a impoverimento sono molteplici.  Il cavallo ha la fama di essere un pessimo pascolatore . La conformazione del suo piede con un unico dito e la presenza di incisivi sia superiori che inferiori , danneggiano il colletto della pianta  e  l’apparato radicale perché calpestano e strappano a raso terra , il modo di pascolare a “spot” , un po’ qua e un po’ là,  non consente di sfruttare al massimo le superfici. Considerando poi  che   il cavallo non mangia più intorno alla zona dove ha sporcato,  anche  se le feci  vengono  rimosse, riduce ulteriormente sia la ricrescita delle essenze erbacee sia la zona di pascolo, a favore di piante meno appetibili e infestanti.     Quando non c’è più niente da mangiare, vengono attaccati gli alberi e le staccionate, a meno che non si fornisca fieno.

Il pascolo, se ben gestito, non solo permette un notevole risparmio sull’alimentazione, ma soddisfa i bisogni etologici e comportamentali del cavallo, con notevole incremento della sua capacità produttiva in termini di qualità del lavoro.

L’errore che si commette di frequente, è tenere più animali di quanti una superficie possa sopportare.  In breve si procura un inquinamento ambientale perché il carico di azoto derivante dalle deiezioni  viene assorbito dal terreno e più in profondità dalle falde acquifere.  In questo modo si selezionano  alcune specie erbacee non commestibili più resistenti, rispetto ad altre edibili danneggiate dal sovrapascolamento , con  perdita di fertilità del terreno.  Sulla superficie e in profondità della terra, anche se noi non li vediamo, esistono una miriadi di animaletti che contribuiscono alla  sua sopravvivenza, e di questi insetti si nutrono gli uccelli e i  piccoli mammiferi terricoli di cui si nutrono i predatori più grandi, in poche parole, se si disertifica la terra, si uccide la  biodiversità* .

*La coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali che crea un equilibrio grazie alle loro reciproche relazioni.

In questi ultimi anni molta attenzione è riposta sui temi della socialità del cavallo per incrementarne il benessere psico-fisico,  sempre più strutture si organizzano per tenere i cavalli in gruppi, con gestione naturale, paddock paradise e metodo barefoot ( scalzo).

Poca attenzione invece è data ai benefici  dell’alimentazione fresca pascolata  che fornisce energia, mantiene l’intestino in continuo movimento prevenendo le coliche, fornisce un equilibrato apporto di carboidrati e proteine, mantiene l’animale occupato per molte ore evitando l’insorgenza di problemi comportamentali dovuti alla noia, diminuisce l’integrazione con mangimi e pellettati.

Inoltre col pascolamento il cavallo evita di ingerire sabbia, terra  e inalare polvere  situazione che accade quando viene lasciato il foraggio per terra.

L’impatto ambientale dovuto all’inquinamento dei terreni  è  aumentato  per l’uso improprio  di antiparassitari, i  vermifughi,  somministrati erroneamente in modo preventivo ,che vengono escreti con le feci in forma ancora attiva. Questi prodotti ,tutti a base di Avermectine, sono estremamente tossici per l’ambiente in quanto si legano al terreno e uccidono la microfauna responsabile della fertilità della terra. Attraverso l’apparato radicale i farmaci passano nelle piante e negli ortaggi  , (chi pensa di concimare l’orto con lo stabbio di cavallo deve assicurarsi che non abbiano assunto medicine), e hanno una persistenza lunghissima nell’ambiente, si parla di molti anni.  Una delle vittime eccellenti  di questi farmaci è il lombrico, ma  è nociva anche per molti insetti e pesci di acque dolci che sono soggetti a mutazioni genetiche.

Si evince che  una gestione  intensiva dei cavalli al pascolo può essere causa di inquinamento e forte riduzione di biodiversità.

Cosa si può fare allora?

L’evoluzione verso una gestione che tenga in equilibrio uomo-animale-ambiente  è insita nel concetto di agroecologia. La gestione agroecologica è un vero e proprio sistema di produzione dove il controllo umano è di fondamentale importanza.  Spesso si ha la percezione erronea che il ritorno alla natura sia lasciare l’ambiente a sé stesso e gli animali liberi di fare quello che vogliono. Questo è il modo migliore per rovinare un ambiente, perché dove c’è interazione uomo-animale, anche se si possiede un cavallo solo, quell’ambiente sarà molto delicato da gestire, per evitare danni irreversibili alle piante, al sottobosco, al cotico erboso, alla fauna terricola e selvatica e inquinamento delle falde acquifere.

La pratica agroecologica è molto sofisticata e più impegnativa dal punto di vista organizzativo rispetto a quella tradizionale intensiva, perché richiede studio, approfondimento , grande capacità di osservazione e collaborazione tra le varie figure professionali.

Per non rovinare un pascolo bisogna prevedere delle rotazioni e turnazioni.  Le rotazioni prevedono un utilizzo del pascolo alternato tra diverse specie pascolanti, esempio pecore o bovini, e  a colture erbacee.

Nella turnazione dei pascoli si deve tener conto del tempo di permanenza in base al carico animale, alla qualità delle specie erbacee presenti e  alla stagione . Il cavallo non può pascolare tutto il giorno come i ruminanti, specialmente in primavera, a causa del suo sistema digestivo che non sopporta grandi fermentazioni, che sono causa di  laminite.

La  turnazione ha anche il vantaggio sia di permettere la ricrescita delle essenze erbacee e del controllo delle piante infestanti ma anche  di mantenere bassa la carica parassitaria, in quanto se le uova schiudono, non trovano l’ospite sensibile.  Si può ridurre l’uso di antiparassitari  effettuando un  monitoraggio dei parassiti  e intervenire con antiparassitari mirati che hanno un minor impatto ambientale  evitando le molecole  a largo spettro, come le Avermectine.

L’uso dell’omeopatia  come metodo di cura delle comuni malattie e delle parassitosi, è parte integrante  del modello agro-ecologico. I rimedi omeopatici  sono sostanze che non lasciano residui nell’ambiente e negli animali, hanno un costo basso  e possono essere somministrate nell’acqua da bere o singolarmente, senza stressare l’animale.

Per attuare un sistema agro-ecologico c’è bisogno di molte figure professionali che interagiscono, come il veterinario esperto in agro-ecologia, l’agronomo, l’allevatore e il personale addetto.

Se si parla di piccole realtà con pochi cavalli, un veterinario esperto in materia  può dare avvio al sistema e monitorarlo.

Non dimentichiamoci che, sebbene il cavallo venga usato come animale sportivo, il modo in cui viene gestito nei grandi e piccoli circoli ippici, rientra a pieno titolo nel modello di allevamento intensivo al pari di quello bovino, suino e avicolo, perché rispecchia il concetto di un numero elevato di animali in piccoli spazi, con ricadute sul benessere e sull’ambiente.  Anche la persona, adulto o bambino che impara, viene molto condizionata dal sistema intensivo di gestione del cavallo, spesso basato solo sul concetto di uso senza preoccuparsi delle ricadute etiche, di benessere ed ambientali.

L’agroecologia, è un modello sperimentato con successo su specie da reddito e applicabile  nel cavallo con opportuni adeguamenti  e accorgimenti.

 

 

Dr. Carla De Benedictis

Medico Veterinario

Diplomato in Omeopatia e Agopuntura

Rocca di Papa (Roma)

 

Bibliografia:

  1. Bloom R.A.,Matheson J.C. 3rd., Environmental assessment of avermectins by the US Food and Drug Administration, Vet Parasitol. 1993 Jun;48(1-4):281-94.PMID: 8346641

 

  1. Caporali F., Ecologia per l’agricoltura, Edizioni Utet, 1991.
  2. De Benedictis C., Pisseri F., Venezia P., Con vivere, l’allevamento del futuro, Macro Edizioni, 2015
  3. De Benedictis C. “Problemi comportamentali nel cavallo” Atti  congresso di Omeopatia Veterinaria  Verona  2007
  4. De Benedictis C., Inquinamento da farmaci “ Il Granulo- anno VI  n 15  Primavera 2011
  5. De Benedictis C., Emergenza farmacoresistenza “ Il Granulo- anno VI  n 16  Estate 2011
  6. De Benedictis C., “ Animal machine” ,  Le tecnopatie nel  cavallo  :Atti del convegno  I.O.V.  Società Italiana di Omeopatia Veterinaria “  Bologna 29-30 Ottobre 2011
  7. De Benedictis C. Il cavallo in scuderia : cosa curare ?, 30 Giorni Numero 10  Anno 2011,pag 30-31
  8. Defonseca, M., DMV  Une prairie pour le cheval de loisir, http://www01.vet2vet.net/
  9. Hempel, H.,Scheffczyk, A., Schallnass, H.J., Lumaret, J.P., Alvinerie M., Römbke, J., Toxicity of four veterinary parasiticides on larvae of the dung beetle Aphodius constans in the laboratory, Environ Toxicol Chem. 2006 Dec;25(12):3155-63
  10. Holzer, S., La permacoltura, Macro Edizioni, 2010

 

  1. Jensen, J.,Diao, X., Hansen, A.D., Single- and two-species tests to study effects of the anthelmintics ivermectin and morantel and the coccidiostatic monensin on soil invertebrates,  Environ Toxicol Chem. 2009 Feb;28(2):316-23. doi: 10.1897/08-069.1.

 

  1. Kolar,L., Erzen a,N.K., Hogerwerf L., C., van Gestel, C.A.M., Toxicity of abamectin and doramectin to soil invertebrates, Environmental Pollution Volume 151, Issue 1, January 2008, Pages 182-189

 

  1. Liebig,M., et all., Environmental Risk Assessment of Ivermectin: A Case Study, http://onlinelibrary.wiley.com
  2. Nebbia C, Residui di farmaci e contaminanti ambientali nelle produzioni animali, Edises srl, Napoli, 2009

 

  1. Perry, B.D., Randolph, T.F., Improving the assessment of the economic impact of parasitic diseases and of their control in production animals, Vet Parasitol. 1999 Aug 1;84(3-4):145-68.

 

  1. Pisseri F, De Benedictis C, Roberti di Sarsina P, Azzarello B (2013) Sustainable Animal Production, Systemic Prevention Strategies in Parasitic Diseases of Ruminants. Altern Integ Med 2:106. doi:4172/aim.1000106
  2. Pisseri, F., Allevamento agroecologico, 2012, francescapisseri.it/.
  3. Pisseri, F., Terapia e prevenzione delle parassitosi nell’allevamento agroecologico, in Ati del seminario “Gestione delle parassitosi nell’allevamento biologico”, 2013
  4. The British Horse Society, Advice on pasture management
  5. USDA, NCRS, Missouri Pasture Management, A Guide for owners, 2008
  6. Vaarst, M. et al., Salute e benessere animale in agricoltura biologica, Edagricole Bologna, 2006
  7. Vètèrinairs Sans Frontières Europa, Through agroecology to one health, 3th position paper, 2014
  8. Yoshimura,H.,  Endoh S., Acute toxicity to freshwater organisms of antiparasitic drugs for veterinary use  Environ Toxicol. 2005 Feb;20(1):60-6 PMID:15712325

 

 

 

 

 

 

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Per salvare le api : PERMAPICOLTURA

Ciao a tutti, siamo Mauro e Gessica,
con la fine di maggio si è concluso il periodo ideale per recuperare gli sciami e con tante belle esperienze maturate dopo tre anni di sperimentazione sul sentiero della Permapicoltura in Italia è nata l’esigenza di condividerlo.

A Gennaio di quest’anno abbiamo ricevuto la telefonata di Vincenzo, apicoltore di quinta generazione originario di Sortino, la città del miele, in provincia di Siracusa. Due anni fa stanco di curare le api, Vincenzo ha abbandonato l’apicoltura convenzionale chiudendo un’azienda apistica che contava oltre 200 arnie. Quando però un amico gli ha raccontato dell’esperimento che stavamo portando avanti non ha esitato a contattarci e ad invitarci in Sicilia. Insieme abbiamo iniziato a convertire il suo apiario trasformando vecchie arnie Dadan Blatt secondo il metodo Perone. La profonda conoscenza delle api da parte di Vincenzo lo porta ha cogliere la bellezza dell’arnia Perone. Durante la nostra permanenza sull’isola abbiamo tenuto un workshop sulla permapicoltura a cui gli apicoltori della zona hanno partecipato con grande interesse e il cinque aprile abbiamo posizionato la prima arnia Perone a Sortino. Poco dopo Lorenzo, uno dei giovani partecipanti all’incontro, ne ha posizionate altre tre ad Avola, sempre in provincia di Siracusa.

Tornati a Velletri (RM), dove tutto ha avuto inizio, insieme a Valerio abbiamo raccolto alcuni sciami e abbiamo riempito altre quattro arnie. Di li ci siamo diretti nelle Marche e ne abbiamo posizionare altre tre. Circa un mese dopo un amico ci ha chiamato per chiederci se avremmo potuto recuperare un enorme sciame selvatico che da quattro anni viveva in un vecchio edificio della forestale nei pressi di San Sepolcro. (In questi casi l’ideale è convincere il proprietario a mantenere la famiglia, in quanto esempio tangibile di api che sopravvivono allo stato selvatico). Non è stato possibile lascarle in pace perché il casale doveva essere ristrutturato a giorni. Con grande impegno e dolore abbiamo smantellato un capolavoro della natura. In compenso siamo riusciti a salvarle e oggi quella famiglia è in ottima salute in una arnia dalle parti del monte Nerone. Inoltre abbiamo recuperato il miele nei favi privi di covata e questo ci ha permesso di sperimentare la smielatura col torchio.

Ma veniamo a noi e a quello che vogliamo raccontarvi: grazie a questa esperienza siamo riusciti a verificare alcune intuizioni:
– le api in natura costruiscono favi molto vicini tra loro, niente a che vedere con quelli dell’arnia razionale;
– le api convivono con le formiche;
– l’entrata del nido è molto piccola e alta rispetto alla disposizione dei favi;
– la famiglia è naturalmente sana e pulita;
– le api sono capaci di vivere in uno spazio molto grande ( i favi erano larghi 40cm lunghi 110cm);

– i favi sono posizionati a caldo (perpendicolaramente all’entrata).
Iu questo percorso abbiamo incontrato tanti compagni di viaggio: Saolai, un ragazzo di Piertralunga che ha messo 7 famiglie, Stefano di Camerino che ne ha posizionate 2, Gabriele di Latina che ha tradotto dall’inglese il manuale di Oscar Perone e che ha messo 3 arnie, Davide di Bergamo che ha organizzato un incontro sulla permapicoltura e tante altre persone che ogni giorno ci contattano per unirsi a questa avventura. Questi incontri e questo entusiasmo hanno fatto nascere in noi la voglia di creare una mappa di tutte le arnie ispirate ai principi della permacoltura (arnia Oscar Perone) posizionate in Italia, per condividere questo percorso e confrontarci. Facciamo rete per dare vita insieme ad un grande apiario diffuso!

 

DAL SUD AL NORD UNITI PER LE API

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L’esperienza maturata fino ad oggi ci porta ad affermare che:

– ideale per iniziare il percorso di permapicoltura è usare uno sciame nudo di prima sciamatura, (con regina feconda) perché ha tutte le potenzialità per svilupparsi nel grande spazio dell’arnia Perone prima dell’inverno;
– andrebbero bene anche gli sciami di seconda e terza sciamatura, purché vengano installati entro fine maggio o al massimo i primi di giugno, non oltre perché abbiamo notato che altrimenti rischiano di non superano l’inverno;
– sconsigliamo di comprare sciami artificiali su telaini;
– non posizionare le api in posti umidi;
– le api convivono tranquillamente con le formiche che, producendo acido formico, le aiutano a combattere la varroa;
– è importante posizionare le famiglie su un nodo di Hartmann. Questi punti presentano una concentrazione di raggi gamma in grado di neutralizzare la peste americana;
– la griglia deve essere posizionata con i favi a caldo, ovvero in maniera perpendicolare rispetto all’entrata;
– alle api piace l’entrata della porta alta che porta diretta ai favi (in più noi sotto facciamo due buchi per facilitare la pulizia dell’arnia). Questa è l’unica variazione che noi ci siamo permessi di fare nell’arnia Perone!
– non bisogna mai aprirle! Mantenere la temperatura interna all’arnia costante è fondamentale. Il nido va considerato alla stregua di un tempio sacro da non profanare;
– dobbiamo sviluppare una nuova forma di osservazione: il volo. Con l’esperienza ed il tempo possiamo imparare a capire dal volo delle api informazioni utilissime sullo stato di salute della famiglia.

Nelle nostre avventure siamo sempre affiancati da Darel e Rossella che nonostante le difficoltà di reperire fondi per il film documentario non mollano e continuano a credere nel grande messaggio che le api ci continuano a donare. Un grazie speciale va a loro.
Per quanto riguarda la mappatura spedite le mail amaurograsso@hotmail.com
Auguriamo a tutti un’estate piena d’amore e vi salutiamo con una frase che da tempo ci guida:

SE L’UNIVERSO E’ PIENO DI COLORI

QUELLO CHE SCEGLI DENTRO LO RIPROIETTI FUORI

 

a presto,

Mauro, Gessica e Il Tempo delle Api Film!

P.S.: ci rendiamo disponibili per fare incontri gratuiti sulla permapicoltura e condividere la nostra esperienza. Chiediamo solo un rimborso spese per raggiungere il luogo dell’incontro.

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allevamento agroecologico dal sito www.francescapisseri.t

Articolo di Francesca Pisseri medico veterinario Pisa tratto dal sito http://www.francescapisseri.itIMG_1716

L’ Agroecosistema è un ecosistema utilizzato a scopi agricoli. E’ creato dall’ uomo il quale organizza l’ attività agricola su un ecosistema preesistente. In un agroecosistema l’ energia solare è la forza motrice, viene convertita in biomassa dalle colture, e in parte ( residui colturali) trasferita nel suolo sotto forma di sostanza organica, che i microrganismi in parte mineralizzano, rifornendo di nuovo le colture con elementi nutritivi. La biomassa colturale asportata con il raccolto può essere trasformata dagli animali allevati in produzione secondaria. Le deiezioni animali reintegrano la fertilità del suolo. L’ elemento sostanziale di differenza tra ecosistema e agroecosistema è l’ asportazione delle biomasse vegetali e animali ( produzione ) che può indurre una perdita di energia e materia tale da pregiudicare la capacità dell’ agroecosistema di autosostenersi. Tanto più l’ agroecosistema si allontana dall’ equilibrio quanto più sono necessari apporti energetici e chimici esterni.Il sistema definito industriale è nella sua essenza fortemente squilibrato, necessita quindi di continue correzioni tramite apporti esterni, di tipo chimico e di energia fossile. Nell’ agricoltura industriale i seguenti elementi sono di estrema importanza: meccanizzazione ( piu’ energia ausiliaria), concimazione minerale in luogo della concimazione organica aziendale e della rotazione delle colture, controllo chimico infestanti , fitopatie e malattie degli animali, irrigazione in aggiunta ad acqua meteorica, impiego di varietà vegetali e razze animali selezionate per ottenere grandi produzioni ( e non per la loro adattabilità all’ ambiente ). Nel sistema di produzione definito agroecologico l’ elemento di controllo e intervento umano è di fondamentale importanza, cambia però la sua forma rispetto a quello industriale : conoscenza di suolo, piante, animali, interazioni tra essi, scelta delle specie piu’ adatte all’ ambiente e non viceversa, interventi correttivi in caso di squilibri, gestione sanitaria basata su prevenzione ( omeopatia ). Quindi in tale sistema l’ apporto in informazioni ( cultura) è più importante rispetto all’ apporto in energia fossile e chimica del sistema convenzionale. Si preferisce utilizzare il termine AGROECOLOGICO anzichè BIOLOGICO in quanto il metodo di produzione biologico, che si rifà al rispetto delle attuali normative in materia, è basato essenzialmente sulla riduzione degli imput chimici, ma utilizza ben poco concetti di agroecologia, per esempio per quanto concerne la gestione dei pascoli, è quindi necessaria una evoluzione delle tecniche di allevamento seguendo i principi della permacoltura e della agricoltura sinergica.

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Avermectine, ambiente e zootecnia biologica

ivermectina

Avermectine, ambiente e zootecnia biologica  – a cura di Francesca Pisseri

Gli antiparassitari di sintesi ad ampio spettro vengono sovente somministrati agli animali da allevamento quali bovini, ovicaprini, suini, e ai cavalli in maniera routinaria, da 2 fino a 4-6 volte l’ anno. Anche nel cane è una pratica diffusa per il controllo di alcune parassitosi. Una classe di farmaci molto utilizzata è quella delle avermectine, antiparassitari ad amplissimo spettro, in grado di uccidere 85 specie diverse di parassiti dei mammiferi domestici, del pollame, dei pesci e delle piante. Le avermectine, escrete soprattutto con le feci degli animali sottoposti a trattamento, hanno una lunga persistenza nell’ambiente, valutata in diversi esperimenti da alcune settimane ad alcuni mesi. Per la loro natura lipofila e scarsamente volatile si legano soprattutto al suolo e alla materia organica, e alcune condizioni come il freddo e l’ anaerobiosi prolungano la loro persistenza. Vi sono scarsi dati circa la ecotossicità e la persistenza dei loro metaboliti (sono13 per la ivermectina). Sono nocive per moltissime specie di invertebrati, molto importanti per la conservazione e l’ equilibrio di ecosistemi sia acquatici che terrestri, appartenenti agli ordini: Dictyoptera, Anoplura, Homoptera, Thysanoptera, Coleoptera, Siphonaptera, Diptera, Lepidoptera e Hymenoptera, e per alcune specie di pesci. Gli insetti sono fondamentali in quanto partecipano al riciclo dei nutrienti, contribuiscono al mantenimento della sostanza organica del terreno e quindi della fertilità, sono fonte di cibo per vertebrati quali uccelli, anfibi, mammiferi. Le feci dei mammiferi, in particolare dei bovini, costituiscono un microhabitat per lo sviluppo di numerose specie di invertebrati. Un largo utilizzo delle avermectine tende quindi a far decrescere la biodiversità. La pratica routinaria è quella di effettuare trattamenti antiparassitari periodici nelle specie zootecniche e nel cavallo, soprattutto nel caso in cui i soggetti pascolino. Negli ultimi anni sono stati messi in evidenza fenomeni di farmacoresistenza da parte dei parassiti ai farmaci di sintesi. Nell’allevamento biologico il letame prodotto dagli animali viene utilizzato per fertilizzare i campi, quindi la somministrazione di molecole ecotossiche che raggiungano le escrezioni animali implica un impatto sull’ ambiente. La precedente normativa sul biologico (Reg. CEE n. 2092/91, Reg. CEE  1804/99) imponeva dei limiti al numero dei trattamenti antiparassitari, e al tipo di molecole da utilizzare, che dovevano essere caratterizzate da“ basso impatto ambientale, una rapida metabolizzazione, limitati effetti tossici e tempi di sospensione inferiori ai 10 giorni.”  L’ attuale Regolamento (Reg. CEE889/2008) toglie tali limiti all’utilizzo degli antiparassitari, tali farmaci vengono inoltre aggiunti alle eccezioni in base alle quali, se un animale subisce molti trattamenti, può comunque essere commercializzato come biologico.“Ad eccezione delle vaccinazioni, delle cure antiparassitarie e dei piani obbligatori di eradicazione, nel caso in cui un animale o un gruppo di animali sia sottoposto a più di tre cicli di trattamenti con medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica o antibiotici in 12 mesi …….. gli animali interessati o i prodotti da essi derivati non possono essere venduti come prodotti biologici e gli animali devono essere sottoposti ai periodi di conversione previsti all’articolo 38, paragrafo 1.” Vi sono molte pratiche, sia mediche che gestionali, utili a limitare le parassitosi negli allevamenti, come rotazione e turnazione dei pascoli, attenzione alla genetica e alla igiene dell’ allevamento, omeopatia e fitoterapia. Il trattamento farmacologico di sintesi deve essere mirato, e non routinario, l’opportunità del trattamento antiparassitario va valutata dal medico veterinario in relazione allo stato di salute degli animali, alla qualità e quantità di parassiti presenti (analisi parassitologiche di tipo quantitativo) utilizzando molecole a spettro limitato, meno ecotossiche rispetto a quelle ad ampio spettro.  In natura si instaura un equilibrio  tra ospite e parassita,e una bassa infestazione degli animali stimola meccanismi naturali di difesa, può essere controindicato sottoporre a trattamenti  animali continuamente esposti e reinfestioni, come gli animali che pascolano, ma conviene invece implementare pratiche gestionali di contenimento della carica parassitaria nei pascoli e pratiche mediche che supportino la naturale resistenza degli animali. Come si evince da alcuni studi i trattamenti omeopatici possono favorire un contenimento della carica parassitaria sotto la soglia di rischio sia zootecnico che sanitario.

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