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Omeopatia, ‘alternativa meno tossica’ Conferenza stampa della FIAMO

Omeopatia, ‘alternativa meno tossica’

Una scienza medica spesso avversata dai pregiudizi

di Maurizio Righetti 

L’omeopatia continua ad essere una scienza medica complessa e discussa. Alla quale non giova la cattiva informazione. E’ la ragione che ha spinto la Fiamo (Federazione Italiana Associazioni e Medici Omeopati) ad organizzare a Milano – molto ‘simbolicamente’ al Circolo della Stampa – un affollatissimo ‘media tutorial’. Per chiarire concetti vecchi e ribadirne altri forse meno noti come il fatto che l’omeopatia conviene al sistema sanitario; che spesso si tratta di una alternativa farmacologia (naturale) meno tossica; che è medicina di primo livello perché stimola il corpo a reagire da solo, quando è sufficiente; che le cure – tutte – non vanno abbandonate.

Che vi siano dei pregiudizi nei confronti dell’omeopatia è assodato. Basta pensare al fatto che i medici ‘tradizionali’, i loro organismi e le istituzioni sanitarie non si stancano di ripetere quanto sia utile alimentarsi in modo sano o attuare stili di vita corretti e poi – molto spesso – bollare ogni medicina alternativa come inefficace. Nella migliore delle ipotesi.

A cercare di rendere il quadro più chiaro, almeno dal loro punto di vista, sono stati tre medico-chirurghi: il presidente della Fiamo, Antonella Ronchi; il consigliere nazionale Giuseppe Fagone; Giuliana Stolfi, ginecologa, componente della federazione di categoria. Vediamo quanto ne è emerso.

Omeopatia, cos’è e cosa non è. Personalizzazione della terapia
L’omeopatia, o medicina omeopatica, è un metodo diagnostico, clinico e terapeutico, formulato alla fine del 18.mo secolo dal medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843), basato sulla “Legge dei Simili” e sull’uso di medicinali a “dosi infinitesimali”. La Legge dei Simili afferma che è possibile curare e guarire un malato somministrandogli una sostanza che, in un uomo sano, riprodurrebbe i sintomi caratteristici della sua malattia. (il termine “Omeo-patia” deriva dal greco “omoios”, simile, e “pathos”, sofferenza). Nella pratica clinica omeopatica il medico, dopo aver comunque formulato una diagnosi medica tradizionale, prende in considerazione la sintomatologia totale, psichica e fisica del malato e somministra il medicinale più simile ai sintomi peculiari con i quali il malato manifesta la sua malattia: la terapia è, dunque, strettamente personalizzata. Per l’omeopatia, infatti, ogni disturbo è cosa a sé stante, non esiste una “pastiglia” efficace per tutti: la scelta del rimedio deve tenere conto non solo delle caratteristiche dei sintomi, ma anche delle qualità psichiche del singolo paziente. La terapia omeopatica agisce in sintonia con la reazione naturale di difesa e di riequilibrio dell’organismo, stimolandolo, e porta ad un miglioramento o ad una guarigione naturali, frutto della correzione dello squilibrio funzionale che aveva portato all’affiorare dei sintomi di malattia.

Niente tossicità, nessun effetto collaterale
La Farmacologia Omeopatica è costituita da una serie di medicinali che derivano dal mondo minerale, vegetale ed animale. Ogni sostanza è stata singolarmente sperimentata sull’uomo sano per evidenziarne i sintomi che può provocare. Il rimedio è somministrato al malato in dosi infinitesimali, ottenute attraverso progressive diluizioni. In virtù delle dosi infinitesimali, il medicinale omeopatico è totalmente privo di tossicità e di effetti collaterali: viene, infatti, normalmente utilizzato anche in gravidanza e nella prima infanzia.

Non si tratta di una “altra medicina”
L’omeopatia è una scienza medica di dominio della medicina, non della chirurgia. Affronta situazioni spesso non chiare e definite a livello di diagnosi, come eventi acuti non gravi. Ha una sua scientificità ed una sua sperimentazione, non è “un’altra medicina”, ma abbraccia una visione diversa della medicina: il punto di partenza è infatti la storia del paziente e il successivo sfruttamento delle sue risorse.

Il ruolo del farmacista
Il farmacista è una figura essenziale nella pratica dell’omeopatia. Il suo ruolo consiste nell’informare il paziente, consigliare i comportamenti, affrontare i casi semplici, inviare al medico i casi complessi e i non responders anche apparentemente semplici, rafforzare il messaggio terapeutico del medico.

L’informazione del farmacista può servire a far comprendere la differenza fra le singole medicine non convenzionali definendole nella loro essenza e permettendo al cittadino di scegliere consapevolmente cosa sia più adatto a lui. L’informazione serve anche per affrontare l’automedicazione e la differenza fra semplici disturbi, che vanno trattati con cambi del regime di vita o comuni presidi, e malattie che invece necessitano dell’uso di medicine. Spesso il farmacista è un consulente importante per comprendere i propri bisogni di salute e individuare percorsi possibili: può dare consigli sugli stili di vita e sui mezzi di prevenzione più adeguati, non solo quelli farmacologici. Può anche indirizzare l’uso dei presidi e dei prodotti sanitari e, se necessario, consigliare l’accesso allo studio del medico. Altrettanto importante è il suo ruolo nel trattamento delle patologie acute, stagionali e nel trattamento dei sintomi in attesa dell’intervento del medico. Un farmacista che consiglia l’omeopatia ai cittadini che si rivolgono al suo banco, fa esattamente tutto quello che fanno tutti i farmacisti, solo con un approccio differente. Il farmacista ha un ruolo fondamentale nel rafforzare il messaggio del medico.

Attenzione primaria alla qualità della vita
L’omeopatia è rivolta a tutti quei cittadini che vogliono curarsi con un metodo che rispetti l’idea di unità dell’organismo vivente, che riconoscono l’intrinseca continuità, all’interno della propria vita, fra gli eventi, siano essi fisici che emotivi. E a quanti ritengano necessario curarsi nel rispetto della qualità della vita, nel rispetto dell’ambiente circostante e della vita degli altri esseri viventi. Secondo gli esponenti Fiamo, l’omeopatia può curare tutte le patologie che sono trattabili con la medicina, salvaguardando ciò che è di pertinenza chirurgica o fisioterapica. Dalla gravidanza alle fasi più avanzate della vita è possibile rivolgersi ad un omeopata per prendersi cura della propria salute o per curare la propria malattia.

I dati statistici
Secondo il Rapporto Eurispes 2010, sono 11 milioni gli italiani che costantemente, prevalentemente o saltuariamente si affidano a trattamenti di medicina non convenzionale: corrispondono al 18,5% della popolazione totale. Sono invece 30 mila i medici italiani che applicano costantemente o saltuariamente l’omeopatia o le omeoterapie. E’ del 3% l’anno la quota di crescita del mercato dell’omeopatia e omeoterapie, in minima parte dovuta all’aumento dei prezzi. Il fatturato annuo delle aziende italiane del settore è di 310 milioni di euro. Oltre 27 milioni sono le confezioni vendute in farmacia nel 2010.

Il medicinale omeopatico. La prescrizione è sempre un atto medico
Le legge italiana, che appplica direttive europee, da una definzione precisa di “medicinale omeopatico”: è “ogni medicinale ottenuto a partire da sostanze denominate materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo un processo di produzione omeopatico descritto dalla farmacopea europea o, in assenza di tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate ufficialmente negli Stati membri della Comunità Europea; un medicinale omeopatico può contenere più sostanze”.

La definizione, spiegano gli esponenti Fiamo, è esclusivamente “farmaceutica” (funzionale solo alla uniformità della produzione e della distribuzione dei medicinali in tutta l’area dell’Unione Europea) e non tiene conto delle varie metodiche prescrittive del medicinale omeopatico. Il medicinale omeopatico è dunque un medicinale prodotto a partire da una sostanza di base, attraverso “diluizioni” progressive alternate a “succussioni” ad ogni passaggio.

I medicinali antroposofici hanno modalità di preparazione diversa anche se simile, ma vengono considerati ed omologati come “omeopatici” e sono sottoposti allo stesso regime legislativo.

I medicinali omeopatici possono essere qualificati come “Unitari” o “Complessi”:
Unitario è il medicinale omeopatico utilizzato nell’omeopatia classica, contenente un’unica sostanza, già sottoposta a sperimentazione sull’uomo sano. Cioè un qualsiasi medicinale fabbricato omeopaticamente, contenente comunque un’unica sostanza. Complesso è il medicinale omeopatico composto da più sostanze, in formulazione fissa.

Farmaci non a carico del Servizio sanitario nazionale
Nella legislazione italiana la prescrizione del medicinale omeopatico è considerata “atto medico” ed è riservata esclusivamente a medici, veterinari e odontoiatri.

Il 30 marzo 2011 l’allora ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha annunciato la creazione di una nuova classe del prontuario farmaceutico: la classe “O”, riguardante i medicinali omeopatici. L’iniziativa, la cui realizzazione pratica è affidata all’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), è in linea con una direttiva europea recepita dall’Italia. L’AIFA ha reso noto che, a breve, in Europa si avrà il primo prodotto omeopatico registrato con il mutuo riconoscimento, procedura utilizzata fino ad oggi solo per i farmaci tradizionali. Dunque, i medicinali omeopatici entreranno nel prontuario farmaceutico ma non saranno a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Omeoterapia e bambini. “Abuso degli antibiotici”
Molto spesso il primo modo che gli adulti hanno per conoscere l’omeopatia è curando i propri figli. In genere la preoccupazione dei genitori è quella di evitare sostanze che abbiano effetti collaterali significativi, di ridurre il consumo di farmaci per le singole malattie o, per motivi ideologici, di non esporre i figli a quello che ritengono dannoso. Spesso l’accesso allo studio dell’omeopata avviene dopo lunghi periodi di malattie non efficacemente trattate dalla medicina ufficiale, o trattata efficacemente, ma con l’insorgenza di altri disturbi. La natura particolarmente reattiva dei bambini sembra rendere più rapido e semplice il risultato con la medicina omeopatica. Questo, sostengono i medici della Fiamo, è spesso motivo di meraviglia per i genitori che decidono di curarsi con l’omeopatia. “Non apparirà allora strano – sostengono – che i risultati delle ricerche di istituti autorevoli come il ‘Mario Negri’ di Milano sembrino indicare la necessità di ridurre l’uso dei farmaci nei bambini, oltre che negli adulti, e che questa necessità venga letta dai genitori come una indicazione a trovare vie terapeutiche più naturali’. Secondo l’Istituto Negri (convegno “Uso razionale dei farmaci per i bambini e i loro genitori: un obiettivo dinamico e strategico”), la maggioranza dei bambini italiani è sana, ma assume in media tre farmaci all’anno per le comuni malattie dell’infanzia. Ad esempio: il 52% dei bambini italiani assume almeno un antibiotico durante l’anno contro il 14% dei bambini inglesi. La percentuale varia da regione a regione: in Puglia, ad esempio, raggiunge il 69% mentre nel Lazio è al 36%. Anche la nascita è diventata un evento sempre più medicalizzato: i parti cesarei sono il 38% del totale, la più alta percentuale dei Paesi europei. Al contrario “il medico omeopata fornisce negli stessi casi delle risposte che non sono solo terapeutiche, ma anche consigli e disponibilità al dialogo, che si è rivelato il modo migliore per ridurre la pressione genitoriale sul sistema sanitario di fronte a quelle che vengono vissute come urgenze sanitarie, quando invece sono semplicemente modalità di sviluppo del bambino e modi di rispondere agli stimoli esterni e alla fisiologia”.

Il Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto Robert Koch di Berlino ha realizzato un’inchiesta dalla quale è emerso come l’omeopatia sia sempre più diffusa tra i pazienti pediatrici in Germania. I dati raccolti da 17.450 pazienti, di età compresa tra zero e 17 anni, nel triennio 2003-2006, mostrano come l’omeopatia sia ampiamente utilizzata in particolare tra le classi socioeconomiche più elevate e nella fascia d’età tra zero e 6 anni. L’uso dei medicinali omeopatici era più frequente nei bambini allattati al seno oltre i 6 mesi di vita e le cui madri avevano un titolo di studio più elevato.

Omeopatia e veterinaria
Da molti anni l’omeopatia viene applicata in modo sistematico alla veterinaria, sia perché gli animali rispondono molto bene alle medicine omeopatiche, sia perché questo riduce notevolmente la loro esposizione ad effetti tossici. L’omeopatia, secondo la Fiamo, “dovrebbe essere la prima scelta nella cura degli animali perché rispetta le caratteristiche di ciascun animale ammalato, stimola i naturali processi di guarigione, si è rivelata una medicina in grado di guarire rapidamente le forme acute e cambiare l’andamento delle malattie croniche, anche di quelle più gravi”.

“Un cane non guarisce perché si è convinto che può guarire”
I risultati ottenuti in veterinaria “rendono molto deboli le tesi di quanti sostengono che l’omeopatia agisca esclusivamente per effetto placebo. E’ difficile sostenere che la mastite di una mucca da latte o la dermatite di un cane, come pure una displasia dell’anca, guariscano perché l’animale si è convinto che può guarire”. A livello europeo, perché un allevamento possa definirsi “biologico” deve essere trattato con medicine naturali (omeopatia, ma anche fitoterapia o agopuntura). Molti allevatori hanno così scoperto come l’omeopatia, oltre che guarire rapidamente e bene i loro animali, faccia spendere meno e renda più remunerativo l’investimento in salute. La Fiamo ha un proprio dipartimento che si occupa specificatamente di medicina omeopatica in veterinaria. Fra le scuole aderenti alla federazione, ve ne sono numerose riservate a questa categoria.

Patologie di confine – L’omeopatia non guarisce dal cancro
Con il termine “Patologie di confine”, vengono definite le tante malattie che, pur ben diagnosticate e definite con accuratezza, non hanno una terapia che sia in grado di guarirle quando non almeno di arrestarle. Sono le patologie autoimmunitarie, le malattie croniche degenerative, le patologie con diagnosi incerte e gli stadi conseguenti alle terapie antineoplastiche. In tutti questi casi la terapia ha solo un intento palliativo: pur mantenendo una condizione di stand by della patologia non riesce a farla regredire o mantiene il risultato, ma a prezzo di importanti effetti collaterali. Numerosi pazienti con patologie di questo tipo si rivolgono all’omeopatia, “perché sperano di essere curati oppure perché hanno avuto modo di assistere a guarigioni di compagni di malattia che si erano rivolti ad un omeopata”. Ogni omeopata “ha chiaro che i risultati in questo tipo di patologie sono molto legati alla gravità del caso specifico e all’associazione della singola patologia con altri quadri patologici”. In genere “non alimenta illusioni e non sottrae i pazienti alle cure in atto, se non dopo aver constatato un progressivo miglioramento del quadro clinico e strumentale”. L’omeopatia non guarisce il cancro, ma sicuramente si prende spesso cura dei pazienti con malattie tumorali e ne migliora la sintomatologia, anche quella conseguente alle chemioterapie e alle radioterapie.

Un “decalogo” a tutela dei pazienti
La Fiamo ha stilato un decalogo di raccomandazioni sull’omeopatia che possano tutelare il paziente.
Parlane con il tuo medico. Se pensi di poterti curare con una di queste terapie, parlane comunque sempre anche con il tuo medico curante.

Non abbandonare in nessun caso le terapie convenzionali senza averne prima discusso con il medico

Non affidarti a “presunti” ricercatori o esperti, al sentito dire, al fai-da-te, o ai consigli di amici e conoscenti. Non affidarti all’automedicazione se non per disturbi minori o piccole patologie e, comunque, di breve durata. Parlane sempre con il farmacista o con il medico

Non assumere né raccogliere. Non assumere prodotti a composizione segreta, privi di etichetta o senza consiglio di un esperto. Non assumere, se non prescritti, prodotti naturali in gravidanza o allattamento. In campi, prati o boschi non raccogliere erbe spontanee per farne preparati ad uso medicinale

Diffida di canali distributivi come Internet o delle vendite domiciliari prive delle dovute garanzie. Diffida della pubblicità di terapie o rimedi miracolosi

Informati sempre sui reali vantaggi di ogni terapia, sulle garanzie di sicurezza ed efficacia, in particolare quando ti venga proposta come sostitutiva di quella convenzionale

Consulta sempre un medico o un farmacista quando devi o vuoi somministrare un prodotto naturale ad un bambino o ad un anziano, anche se sani, e a maggior ragione se malati o in terapia con altri farmaci

Affidati per una terapia complementare o non convenzionale sempre ad un medico esperto, chiedendo al tuo medico di famiglia, alla tua ASL, all’Ordine dei Medici della tua Provincia e a Società Scientifiche accreditate

Conserva i prodotti nella loro confezione di origine, lontano dalla portata dei bambini, all’asciutto, lontano da fonti di luce o di calore

Segnala sempre al tuo medico o al farmacista ogni sospetta reazione avversa ad un medicinale o prodotto naturale. Segnala all’Ordine dei medici o dei farmacisti chiunque ti prescriva o pratichi terapie complementari, non convenzionali o “alternative”, senza averne i requisiti professionali

Le opportunità “alternative” sono varie – I prodotti naturali non sono “sicuri” per definizione
Le medicine complementari e non convenzionali comprendono medicine e pratiche che formano un insieme di terapie, a volte ritenute anche alternative, molto diffuse in Italia e nel mondo. Le più conosciute sono l’agopuntura, la medicina tradizionale cinese, l’omeopatia, la fitoterapia, le manipolazioni osteo-articolari e la medicina ayurvedica (metodo terapeutico naturale di cui l’aspetto più conosciuto è la prescrizione di preparati a base di erbe e sostanze naturali). Le medicine complementari e non convenzionali sono di volta in volta connotate come complementari, non convenzionali, integrative, tradizionali, non ortodosse, olistiche, naturali e dolci.

Nella maggior parte dei casi, la loro efficacia si basa sull’uso e la pratica consolidata, invece che su evidenze prodotte con gli stessi metodi scientifici utilizzati per i trattamenti convenzionali. Ad oggi, sono numerosi gli studi che sottolineano l’importanza del loro impiego in alcune situazioni, come ad esempio l’agopuntura e la fitoterapia nell’affrontare la depressione. In alcuni Paesi o Regioni, le medicine complementari e non convenzionali sono offerte dai servizi sanitari pubblici.

Partendo dalla premessa che si tratta di terapie ritenute in genere responsabili di minori effetti collaterali rispetto alle terapie convenzionali, si è discusso e si continua a discutere sulla loro sicurezza: è certamente sbagliato ritenere che i prodotti “naturali” come quelli erboristici, integratori, fitoterapici ed omeopatici siano sicuri per definizione. Tutti, infatti, possono avere effetti collaterali, reazioni allergiche o sono in grado di interagire con altri farmaci. Inoltre, per legge non hanno un foglietto illustrativo che riporti avvertenze o modalità d’uso.

Quando, però, queste terapie sono consigliate o prescritte in modo non appropriato o senza la dovuta competenza, allora la salute dei cittadini può essere messa a rischio. Questo avviene, in particolare, per:
-assenza o ritardo di diagnosi
-ritardo o abbandono senza motivo di terapie appropriate
-sostituzione di medicinali convenzionali con preparati “naturali” non adeguati
-preparazioni domestiche con erbe spontanee non controllate e non sicure
-preparati contenenti piante o estratti non idonei, contaminati, adulterati o tossici
-prodotti a composizione sconosciuta o con etichette non adeguate
-assunzione di dosi non corrette
-assunzione contemporanea di prodotti “naturali” e farmaci di sintesi

Consigli utili per un corretto utilizzo delle medicine omeopatiche
L’assunzione delle medicine deve essere fatta attenendosi alla prescrizione del proprio medico. E’ possibile, però, dare delle indicazioni di massima, che sono generalmente riconosciute dagli omeopati come buona norma. Ai cittadini pazienti, la Fiamo rivolge alcuni consigli concreti:
1) La prescrizione del medico è individualizzata sul vostro stato di salute: non variate autonomamente la prescrizione. Se dovete prendere tre gocce o tre granuli, tre volte al giorno non è la stessa cosa che prenderne nove tutte insieme.
2) Fate cadere le gocce o i granuli direttamente in bocca, che sia sopra o sotto la lingua non è fondamentale. Se dovete usare le gocce, trattenetele qualche secondo prima di ingoiarle; nel caso dei granuli, invece, lasciateli sciogliere. Se i bambini li masticano questo non ne riduce l’efficacia. Non toccate con le mani i granuli, poiché sono impregnati in superficie e potrebbero perdere la loro efficacia. Se fosse prescritto di sciogliere i granuli o le gocce in acqua, usate acqua ipominerale naturale. Attenetevi alle indicazioni del medico: se vi prescrive 5 granuli sciolti in mezzo bicchiere di acqua non aggiungetene di più, non serve.
3) Nella mezz’ora che precede e segue l’assunzione della medicina omeopatica evitate di mangiare o bere qualsiasi altra cosa, potete invece bere l’acqua. Nei casi acuti sarà il medico a darvi particolari indicazioni, per l’uso di cibi e bevande, in considerazione della possibilità di somministrazioni più frequenti delle medicine. E’ buona norma evitare di assumere cibi particolarmente speziati e sostanze molto aromatiche; se però lo fate evitate la loro assunzione nell’ora che precede e segue l’assunzione della medicina.
4) Conservate le medicine omeopatiche nella loro confezione in un luogo chiuso, asciutto e fresco, lontano dalla portata dei bambini, come per tutte le medicine. E importante tenerle lontano da fonti elettromagnetiche, come cellulari, computer, TV, microonde …
5) La comparsa di nuovi sintomi o il ritorno di vecchi è sempre molto importante: va subito segnalato al medico omeopata, che potrebbe decidere di variare la terapia.
6) Comunicate sempre al vostro medico omeopata se decidete di assumere altre medicine sia chimiche che naturali: vi saprà suggerire cosa fare, per non ostacolare il processo di guarigione.

http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=11629

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Meno antibiotico-resistenza negli allevamenti biologici di polli

(Fonte: vet.journal | leggi l’articolo originale >>)

Uno studio riporta come gli allevamenti di pollame che sono passati dal sistema convenzionale a quello organico e hanno cessato l’utilizzo di antibiotici presentano livelli significativamente inferiori di enterococchi antibiotico-resistenti. Si tratta del primo studio che dimostra la riduzione di batteri resistenti nelle aziende organiche di pollame negli Stati Uniti e suggerisce che la cessazione dell’utilizzo su larga scala degli antibiotici in questi allevamenti può determinare una riduzione immediata e significativa dell’antibioticoresistenza di alcuni batteri.

La differenza osservata era significativa per numerose classi di antibiotici già dalla prima generazione di animali prodotti dopo la transizione al sistema di allevamento organico.

Nello studio sono stati analizzati 10 allevamenti convenzionali e 10 allevamenti organici per la produzione su larga scala di pollame, verificando la presenza di enterococchi nelle lettiere, nei mangimi e nell’acqua e testandone la resistenza a 18 comuni antibiotici.

Benché tutti gli allevamenti risultassero positivi alla presenza di enterococchi, le aziende organiche erano caratterizzate da una prevalenza significativamente minore di enterococchi resistenti. Per esempio, il 67% degli Enterococcus faecalis degli allevamenti convenzionali era resistente all’eritromicina, contro il 18% di quelli isolati negli allevamenti organici. Differenze notevoli si osservano anche nel livello dei batteri multi-resistenti.

“Lower Prevalance of Antibiotic-resistant Enterococci on U.S. Conventional Poultry Farms that Transitioned to Organic Practices” Amy R. Sapkota, R. Michael Hulet, Guangyu Zhang, Patrick McDermott, Erinna L. Kinney, Kellogg J. Schwab, Sam W. Joseph. Environmental Health Perspectives online, August 10, 2011.

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Risposta di UMNCV al Prof. Garattini sul Biologico

E’ davvero incredibile come di Medicine Non Convenzionali (MNC) e di produzioni alimentari biologiche si parli sempre in seguito a sollecitazioni di tipo negativo.

Da anni la Unione Medicina Non Convenzionale VeterinariaUMNCV sostiene la necessità di un serio confronto su queste discipline mediche e sulla Zootecnia Biologica, ma gli interlocutori, sia nell’ambito della categoria, che le altre Istituzioni sollecitate hanno sempre accuratamente evitato di intervenire su un argomento giudicato secondario o spinoso.

Le ultime esternazioni del Prof. Garattini mettono in evidenza quella modalità vetusta, rigida e riduzionista che ha portato ad intendere la medicina e le scienze come totalmente staccate dall’ecologia, dall’ambiente, dal βίος, dalla vita quam vivimus insieme al pianeta tutto.

Invece di evidenziare inverosimili coincidenze, il Prof. Garattini dovrebbe chiedersi come mai E. coli è incredibilmente diventato resistente a otto diverse classi di farmaci antibiotici e poi, improvvisamente, è apparso nella catena alimentare.

Seri confronti ed evidenze scientifiche già esistono, per chi vuole prenderle in considerazione, certo ulteriori studi sarebbero necessari, ma non si può tacere che essi non vengono attuati perché non portano introiti alle lobbies di potere.

L’attuale sistema produttivo bio – tecnologico, improntato principalmente a logiche simil – industriali di mercato, sembrava aver risolto i problemi di quantità delle produzioni alimentari ed ha risposto alla esorbitante domanda di distribuzione dei Paesi occidentali, ma gli obiettivi perseguiti hanno mostrato numerosi punti critici e le fallite aspettative. Le più recenti crisi alimentari, dalla BSE all’Influenza Aviare, l’elevato numero di problemi connessi alla contaminazione chimica degli alimenti, le frodi commerciali di un mercato poco vigilato e senza regole, hanno fatto emergere come sia fondamentale raccordare fra loro qualità, produttività, sicurezza ed ecologia. In particolare per gli animali i problemi derivano dall’allevamento industriale che esalta tecnopatie, patologie condizionate, medicalizzazione, iatrogenesi, residui, inquinamento, trasformazione (riscaldamento globale).

Il degrado degli ecosistemi e gli imponenti rischi connessi hanno evidenziato in modo particolare il ruolo primario che il biologico assume nella preservazione della biodiversità: le fattorie che passano dagli attuali metodi di agricoltura a quelli biologici vedono in breve tempo l’aumento di biodiversità misurata come incremento del numero di specie presenti, dai batteri alle piante fino ai mammiferi e agli uccelli. I metodi di coltivazione naturali influiscono positivamente sulla biodiversità in tutte le tappe della catena alimentare e l’impiego di tecniche di coltivazione naturale si accompagna alla pratica dell’allevamento, diversificando così ulteriormente la presenza di habitat sui terreni agricoli che si arricchiscono di specie animali e vegetali.

Quindi le produzioni biologiche rappresentano non tanto un vezzo o una semplice richiesta di qualità da parte di consumatori esigenti, quanto piuttosto una maggiore consapevolezza sulle dinamiche socio – culturali, ambientali ed economiche del sistema produttivo di cui l’alimentazione è un fondamento imprescindibile e da cui dipende drammaticamente il grado di salute sociale. Gli operatori agro – zootecnici ed i consumatori, con crescente consapevolezza, hanno iniziato ad interrogarsi sulla valenza etica delle produzioni alimentari esasperate dallo sfruttamento ambientale ed animale, ma anche sulla qualità degli alimenti così ottenuti. Infine è utile ribadire un pensiero da sempre difeso dalla UMNCV: “naturale non è sinonimo di innocuo”, e questo sia nel dare il giusto significato alle discipline mediche non convenzionali ed agli eventuali prodotti impiegati nella terapia, sia nell’ambito delle produzioni biologiche che meritano gestione e controlli specifici!

Si parla tanto di sicurezza alimentare, persino l’Unione Europea si è dotata di un’apposita Authority, EFSA, che però opera esattamente con quei criteri di scientificità retriva ed inoffensiva per la lobby delle aziende alimentari. Se si prova ad inserire una serie di termini relativi al biologico (zootecnia biologica – agricoltura biologica – produzioni biologiche – etc) sul banner di ricerca di EFSA, la risposta è sempre la stessa: “Spiacenti, nessun elemento corrisponde ai criteri di ricerca impostati”. E questo in un continente, l’Europa, in cui il biologico è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni: il rapporto Biobank 2009 (www.biobank.it) fornisce dati confortanti e stimolanti riguardo all’andamento del mercato del biologico nel triennio 2006-2008; da indicazioni del panel ISMEA – NIELSEN l’andamento dei consumi di prodotto biologico in Italia è pari a circa 350 milioni € / anno, mentre il valore complessivo delle vendite di prodotto biologici in Europa risulta pari circa  a 1,5 – 2 miliardi di € / anno. Tale sviluppo è merito solo di coloro che si sono impegnati seriamente: agricoltori, allevatori, medici veterinari esperti delle MNC, dandosi regole, facendo ricerche sul campo e raccogliendo evidenze senza supporti economici o sponsorizzazioni lobbistiche.

Nell’ambito della categoria medico – veterinaria è da segnalare un ritardo inconcepibile da parte del Ministero che ha sempre disdegnato e sottovalutato l’argomento, nonostante le diverse sollecitazioni delle Società scientifiche di MNC in Veterinaria: è solo da Settembre 2010 che alcuni esponenti del Dipartimento della Veterinaria hanno iniziato timidamente ad esternare su questo argomento.

ANMVI dimentica che per gli animali i problemi derivano dall’allevamento industriale che esalta tecnopatie, patologie condizionate, medicalizzazione, iatrogenesi, residui, inquinamento, trasformazione (riscaldamento globale) e individua come unico rimedio per questa zootecnia malata la figura del veterinario d’azienda, soggetto abbastanza anonimo ed ingranaggio di un meccanismo comunque perturbato e perverso, e dimentica di evidenziare che per “prestare particolare attenzione alle condizioni di stabulazione, alle pratiche zootecniche e alla densità degli animali” non basta essere medici veterinari, ma anche essere esperti del particolare settore biologico ed essere qualificati in MNC!!

Più volte la UMNCV ha sostenuto, inascoltata, che:

  •  Le MNC vanno considerate quale strumento clinico per la cura degli animali in grado di contrastare intolleranze, effetti avversi da farmaci, farmacoresistenza;
  •  Il significato e l’interpretazione dei dati di farmacovigilanza e sorveglianza rispetto all’uso delle MNC non sembrano minimamente interessare agli organi ufficiali preposti al controllo, nonostante il considerevole ruolo che le stesse svolgono in merito alla resistenza farmacologica, all’impatto ambientale, alla sicurezza ed alla qualità dei prodotti alimentari di origine animale;
  •  Manca un confronto culturale e professionale serio e necessario per una interazione a favore del potenziamento dell’atto medico veterinario.

La UMNCV è disponibile a dar vita ad un tavolo di lavoro con FNOVI, Ministero, ANMVI e con tutte le componenti della Veterinaria; un tavolo che sia in grado di analizzare tutti gli aspetti del complesso problema e che sia in grado di strutturare una conoscenza condivisa e sistematica nel campo professionale, in quello della ricerca e della salute. Le MNC si pongono non come alternativa all’allopatia, ma come necessario completamento in un sistema clinico che, affiancando tra loro le diverse discipline mediche, potenzi l’atto medico finalizzato al raggiungimento del benessere, della salute animale, di quella umana e dell’ambiente.

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Sicurezza alimentare, apriamo il capitolo “Biologico”

(fonte: @nmvioggi.it – leggi l’articolo orginale >>)

“Forse non è una coincidenza o un caso che il prodotto fosse ‘biologico’. Senza voler condannare nessuno, questi prodotti ‘biologici’, che si giovano solo di sostanze naturali, si arrogano meriti spesso indebiti. Sono infatti i produttori coloro che garantiscono la purezza dei prodotti e quindi la salute, mettendoli in contrapposizione con i prodotti industriali che invece sarebbero il frutto della chimica”.

L’invito a ripensare alla sicurezza del cibo bio è rilanciato da Silvio Garattini direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, dopo gli sviluppi dell’emergenza E. Coli. “Bisogna uscire- argomenta Garattini- dal falso dualismo tra prodotti bio (sempre buoni) e prodotti tradizionali (sempre cattivi): “La contrapposizione tra prodotti biologici (per definizione buoni) e prodotti chimici (cattivi) non è basata su seri confronti ed evidenze scientifiche”.

Andrea Ferrante,
presidente nazionale dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (Aiab): “La sicurezza alimentare è in cima alla nostra attenzione e non possiamo accettare che affermazioni fondate sull’ignoranza continuino a provocare ingiustificati allarmi e criminalizzazione di un intero settore”.

Un ruolo per il veterinario d’azienda? Senza dubbio, secondo l’ANMVI, che ricorda come la produzione biologica sia un sistema globale di gestione dell’allevamento basato sull’ applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali. L’allevamento biologico dovrebbe soddisfare le specifiche esigenze comportamentali degli animali secondo la specie, e la gestione della salute degli animali dovrebbe basarsi sulla prevenzione delle malattie. A questo proposito, si dovrebbe prestare particolare attenzione alle condizioni di stabulazione, alle pratiche zootecniche e alla densità degli animali.

“Bisognerebbe che i veterinari mettessero piede nel settore dell’agricoltura biologica” è stata la dichiarazione esplicita del Direttore Generale della Sanità Animale e del Farmaco Veterinario, Gaetana Ferri, durante una video intervista con la FNOVI sull’apicoltura – a proposito di una filiera alimentare fra le più propagandate come “naturale e biologica” – di cui la veterinaria si sta riappropriando dopo anni di carenze formative, sanitarie e di titolarità professionale.

Già nei primi giorni dell’emergenza E.Coli il Capo Dipartimento per la Sicurezza Alimentare Romano Marabelli si è rivolto alla platea dei medici veterinari di sanità pubblica, riuniti a Cremona da ANMVI International sottolineando come in ogni emergenza l’elemento rilevante è il completo controllo di tutto il sistema produttivo, “anche delle componenti secondarie” – ha aggiunto- ” e sui prodotti biologici, un settore in cui c’è molta autoreferenzialità e dove i prodotti non godono ancora di una verifica sufficiente come è invece per i prodotti tradizionali”.

Dal 1 luglio del 2010 l’agro-zootecnia ha un proprio logo e dal 1 gennaio 2009 una regolamentazione europea che chiama direttamente in causa i trattamenti sanitari in stalla e la sicurezza dei prodotti alimentari di origine animale. Dal luglio del 2010, tutti i prodotti alimentari biologici preconfezionati nell’Unione europea devono recare obbligatoriamente il logo biologico dell’UE.

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Avermectine, ambiente e zootecnia biologica

ivermectina

Avermectine, ambiente e zootecnia biologica  – a cura di Francesca Pisseri

Gli antiparassitari di sintesi ad ampio spettro vengono sovente somministrati agli animali da allevamento quali bovini, ovicaprini, suini, e ai cavalli in maniera routinaria, da 2 fino a 4-6 volte l’ anno. Anche nel cane è una pratica diffusa per il controllo di alcune parassitosi. Una classe di farmaci molto utilizzata è quella delle avermectine, antiparassitari ad amplissimo spettro, in grado di uccidere 85 specie diverse di parassiti dei mammiferi domestici, del pollame, dei pesci e delle piante. Le avermectine, escrete soprattutto con le feci degli animali sottoposti a trattamento, hanno una lunga persistenza nell’ambiente, valutata in diversi esperimenti da alcune settimane ad alcuni mesi. Per la loro natura lipofila e scarsamente volatile si legano soprattutto al suolo e alla materia organica, e alcune condizioni come il freddo e l’ anaerobiosi prolungano la loro persistenza. Vi sono scarsi dati circa la ecotossicità e la persistenza dei loro metaboliti (sono13 per la ivermectina). Sono nocive per moltissime specie di invertebrati, molto importanti per la conservazione e l’ equilibrio di ecosistemi sia acquatici che terrestri, appartenenti agli ordini: Dictyoptera, Anoplura, Homoptera, Thysanoptera, Coleoptera, Siphonaptera, Diptera, Lepidoptera e Hymenoptera, e per alcune specie di pesci. Gli insetti sono fondamentali in quanto partecipano al riciclo dei nutrienti, contribuiscono al mantenimento della sostanza organica del terreno e quindi della fertilità, sono fonte di cibo per vertebrati quali uccelli, anfibi, mammiferi. Le feci dei mammiferi, in particolare dei bovini, costituiscono un microhabitat per lo sviluppo di numerose specie di invertebrati. Un largo utilizzo delle avermectine tende quindi a far decrescere la biodiversità. La pratica routinaria è quella di effettuare trattamenti antiparassitari periodici nelle specie zootecniche e nel cavallo, soprattutto nel caso in cui i soggetti pascolino. Negli ultimi anni sono stati messi in evidenza fenomeni di farmacoresistenza da parte dei parassiti ai farmaci di sintesi. Nell’allevamento biologico il letame prodotto dagli animali viene utilizzato per fertilizzare i campi, quindi la somministrazione di molecole ecotossiche che raggiungano le escrezioni animali implica un impatto sull’ ambiente. La precedente normativa sul biologico (Reg. CEE n. 2092/91, Reg. CEE  1804/99) imponeva dei limiti al numero dei trattamenti antiparassitari, e al tipo di molecole da utilizzare, che dovevano essere caratterizzate da“ basso impatto ambientale, una rapida metabolizzazione, limitati effetti tossici e tempi di sospensione inferiori ai 10 giorni.”  L’ attuale Regolamento (Reg. CEE889/2008) toglie tali limiti all’utilizzo degli antiparassitari, tali farmaci vengono inoltre aggiunti alle eccezioni in base alle quali, se un animale subisce molti trattamenti, può comunque essere commercializzato come biologico.“Ad eccezione delle vaccinazioni, delle cure antiparassitarie e dei piani obbligatori di eradicazione, nel caso in cui un animale o un gruppo di animali sia sottoposto a più di tre cicli di trattamenti con medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica o antibiotici in 12 mesi …….. gli animali interessati o i prodotti da essi derivati non possono essere venduti come prodotti biologici e gli animali devono essere sottoposti ai periodi di conversione previsti all’articolo 38, paragrafo 1.” Vi sono molte pratiche, sia mediche che gestionali, utili a limitare le parassitosi negli allevamenti, come rotazione e turnazione dei pascoli, attenzione alla genetica e alla igiene dell’ allevamento, omeopatia e fitoterapia. Il trattamento farmacologico di sintesi deve essere mirato, e non routinario, l’opportunità del trattamento antiparassitario va valutata dal medico veterinario in relazione allo stato di salute degli animali, alla qualità e quantità di parassiti presenti (analisi parassitologiche di tipo quantitativo) utilizzando molecole a spettro limitato, meno ecotossiche rispetto a quelle ad ampio spettro.  In natura si instaura un equilibrio  tra ospite e parassita,e una bassa infestazione degli animali stimola meccanismi naturali di difesa, può essere controindicato sottoporre a trattamenti  animali continuamente esposti e reinfestioni, come gli animali che pascolano, ma conviene invece implementare pratiche gestionali di contenimento della carica parassitaria nei pascoli e pratiche mediche che supportino la naturale resistenza degli animali. Come si evince da alcuni studi i trattamenti omeopatici possono favorire un contenimento della carica parassitaria sotto la soglia di rischio sia zootecnico che sanitario.

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